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Il Perù di Serena


Continua il diario dell’offidana che trascorre un anno in un Paese lontano

(18/1/2007) – Negli ultimi mesi il Perù sembra retrocedere nuovamente agli anni “bui”, in cui la maggior parte delle libertà civili erano gravemente violate e la popolazione era sottoposta a soprusi sistematici. Le misure politiche prese dal governo aprista di Alan Garcia a partire da dicembre 2006 non fanno presagire nulla di buono, anzi per coloro che hanno vissuto gli anni drammatici della violenza il timore di un “ricorso” storico è grande (è bene far presente che il primo governo di Alan Garcia risale al quinquennio 1985-1990, periodo in cui fu responsibile di crimini di lesa umanità). Il fatto: Ayacucho trema – Il 18 dicembre 2006 nella provincia di Ayacucho (una delle più povere del paese), in un’imboscata organizzata da una cellula ancora attiva di Sendero Luminoso furono assassinati 5 poliziotti e tre civili. In quella zona stavano lavorando alcuni contadini i quali, durante la pausa pranzo, videro una pattuglia inseguire degli sconosciuti. Senza aver a disposizione mezzi di comunicazione ignorarono perché i militari si trovassero in quel luogo. Siccome i militari non riuscirono a catturare i fuggitivi, tornarono indietro ed arrestarono i contadini. Sotto minaccia, li costrinsero a firmare fogli in bianco che, in un secondo momento, divennero “confessioni” di un reato mai commesso. Poche ore dopo, il Ministro della difesa annunciò il successo della lotta contro la sovversione ed il trasferimento a Lima di 8 terroristi. Nella capitale, in seguito a interrogatori e analisi delle prove, risultò evidente che gli 8 “campesinos” non avevano nessun tipo di relazione con l’imboscata. Molti di loro provenivano da altre comunità ed erano arrivati a Machente solo perchè il “salario” per i lavoratori giornalieri era maggiore (a Chacas, nella loro comunità, guadagnavano solo 5 soles al giorno, poco più di un euro). Perché allora dopo quasi un mese continuavano a restare in carcere e ad essere tacciati di terrorismo?
Se si pensa che durante il conflitto armato interno (1980-2000) il fatto di essere un contadino di Ayacucho che parla “quechua” veniva considerato una prova sufficiente per essere giudicato terrorista e quindi rinchiuso in prigione, è facile capire che la popolazione civile e gli organismi a favore dei Diritti Umani hanno il timore che le detenzioni arbitrarie e l’assassinio di innocenti tornino ad essere i protagonisti della storia del Perú. Risposte – Qui ad Aprodeh, come sempre si risponde attivamente alle decisioni politiche che mettono in pericolo le libertà dell’individuo. Per questo, mercoledì 10 gennaio, con l’appoggio di altre ONGs ed alcuni familiari delle vittime, ci siamo dati appuntamento davanti al Palazzo del Congresso per far sentire la voce di chi non è d’accordo con la politica arbitraria del governo ed insieme abbiamo protestato contro la detenzione ingiustificata degli 8 “campesinos” di Ayacucho. Non eravamo in molti. Peró, con cartelli e slogan che suonavano più o meno così: “Inocentes en Libertad”, “Ahora como ayer Basta de injusticia!Basta de prepotencia!”, siamo riusciti ad attirare l’attenzione di tre congressisti che per alcuni minuti si sono uniti alla nostra protesta. In molti ci osservavano con indifferenza, come se difendere la libertà di propri cittadini non li riguardasse. Un signore, invece, si è avvicinato a me, voleva conoscere le ragioni della manifestazione. Dal mio accento si è subito accorto che non ero peruviana e mi ha chiesto: “E lei signorina che viene da così lontano, perché è così interessata alla gente ayacuchana?”. Io sono rimasta in silenzio, senza raccogliere la provocazione. Due giorni dopo gli 8 ragazzi sono stati liberati. Sicuramente la nostra protesta non è stata l’azione determinante per un tale successo, però mi sono sentita utile ed ho trovato una ulteriore risposta alla domanda di quel signore. (Serena D’Angelo)

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