Il 26 ottobre 2016 le scosse di Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera. Oggi, nel giorno dell’anniversario, il decennale coincide con la maxi indagine della Dda di Ancona: 51 indagati, 8 arresti, sequestri per oltre 57 milioni.
di Alberto Premici
Dieci anni fa, la sera del 26 ottobre 2016, un sisma di magnitudo 5.9 con epicentro a Castelsantangelo sul Nera, in provincia di Macerata, investì l’intero Centro Italia. Dopo la notte del 24 agosto, quelle repliche furono le più potenti e sconvolsero di nuovo Visso, Ussita e Castelsantangelo sul Nera. Quattro giorni più tardi arrivò il 30 ottobre, l’evento sismico più forte avvenuto in Italia dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980. Il bilancio finale della sequenza fu di 299 vittime, numerosi feriti e gravi danni che frantumarono paesi, ricordi e comunità.
Nel Piceno la ferita ha un nome preciso: Arquata del Tronto. Gli abitanti di Pescara del Tronto vivono ancora nel villaggio Sae lungo la Salaria, in casette pensate per durare quattro anni e arrivate a dieci, mentre la nuova frazione sorgerà altrove.
La ricostruzione è oggi una macchina enorme. Al 20 agosto 2026 nelle Marche risultano concessi 9,013 miliardi di euro per la ricostruzione privata e produttiva, di cui 6,050 già liquidati. Nella regione ci sono ancora 5.526 cantieri attivi e 8.644 chiusi; la ricostruzione privata coinvolge 180 comuni, quella pubblica 157, con risorse complessive oltre gli 11,2 miliardi. I sindacati guardano oltre i cantieri: secondo la Uil Marche molti immobili recuperati sono seconde case, e questo non significa automaticamente restituire abitanti ai territori.
Il decennale arriva con un peso inatteso. Il 22 ottobre u.s. la Guardia di Finanza ha reso noti i risultati dell’operazione “Ricostruzione”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Ancona: 51 indagati, 8 persone in carcere, interrogatorio preventivo per altre cinque e sequestro per oltre 57 milioni. L’indagine riguarda la ricostruzione privata post-sisma e gli appalti pubblici di Regione Marche, Erdis e Università di Camerino.
Secondo l’ipotesi accusatoria, che si articola in tre filoni, alcuni lavori della ricostruzione privata sarebbero stati subappaltati a persone collegate alla criminalità organizzata calabrese e campana. Al centro c’è il costruttore Enrico Crucianelli, a cui viene contestata l’ipotesi di concorso esterno di stampo mafioso e che gli investigatori considerano lo snodo tra l’economia formalmente lecita e imprese riconducibili o contigue a contesti mafiosi.
Tra gli arrestati c’è anche l’avvocato maceratese Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto del presidente della Regione Francesco Acquaroli, accusato di corruzione nel filone sugli appalti e in carica fino al dicembre 2025. Questa mattina, nell’interrogatorio di garanzia nel carcere di Montacuto, si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti alla gip Sonia Piermartini; il suo legale, Gabriele Cofanelli, ha spiegato che sta preparando una memoria con la propria versione dei fatti, mentre la difesa preannuncia il ricorso al Riesame.
Il presidente Acquaroli ha respinto ogni ipotesi di un proprio coinvolgimento e ha ammesso che la scelta di Pistarelli non fu congrua. Ha anche rivelato che erano arrivate voci sul suo ex collaboratore, segnalate agli organismi di vigilanza della Regione senza riscontri, e che per questo gli chiese di fare un passo indietro. Proprio queste parole hanno acceso la reazione delle minoranze: le opposizioni contestano ad Acquaroli di non aver segnalato i sospetti direttamente alla magistratura e ne chiedono le dimissioni; Pd, M5S, Avs, Progetto Marche e Lista Ricci lo sollecitano a riferire in Procura.
Resta il dovere di ricordare che le accuse sono ancora oggetto di accertamento: l’iscrizione nel registro degli indagati e le misure cautelari non equivalgono a una condanna. Ma resta anche l’amarezza di un territorio che, mentre commemora i suoi morti e conta i cantieri ancora aperti, scopre che attorno ai fondi destinati a farlo rinascere qualcuno potrebbe aver costruito affari illeciti.







