S.Sofia, da antica basilica cristiana a moschea

La basilica di Santa Sofia venne costruita su volontà dell’Imperatore Costantino, in onore della Santa Sapienza e fu successivamente ampliata da Costanzo II. Nel 404 un incendio la rase completamente al suolo. Grazie a Teodosio II venne nuovamente edificata ma ancora una volta fu demolita da un ulteriore incendio scoppiato nel 532. L’Imperatore Giustiniano ne decise la ricostruzione, commissionandola agli architetti Antemio di Tralles e Isidoro di Mileto.

Le dimensioni della pianta e della cupola della chiesa erano davvero grandiose, ma dopo circa vent’anni la struttura cominciò a cedere a causa dei terremoti che afflissero Costantinopoli e la cupola crollò.

Così furono apportate alcune modifiche che garantirono all’imponente costruzione una maggiore stabilità. La cupola, ad esempio, venne ricostruita più alta rispetto a quella precedente ma con un diametro più piccolo. L’interno della chiesa restò diviso in tre navate, preceduto da un ampio nartece, lo spazio riservato ai penitenti. Alle spalle dell’altare rimase la grande abside, con finestre dalle ampie vetrate.

L’interno della basilica, inizialmente, era decorato con motivi geometrici e floreali, poi fu arricchito da mosaici figurativi a partire dall’867 d.C. Queste opere sono tra le più rappresentative dell’arte bizantina. In una prima fase, la decorazione a mosaico fu realizzata con tessere in oro su ampie campiture, e aveva come tema quello della croce e dei motivi floreali. In epoca iconoclasta alcuni medaglioni raffiguranti santi furono rimaneggiati fino a rappresentare, anche stavolta, delle croci.

Il periodo di splendore dei mosaici di Santa Sofia coincise col periodo post iconoclasta: dall’867 al 1356, la basilica si riempì di mosaici, a partire da quello del Cristo Pantocratore nella cupola centrale, fino ad arrivare ai agli angeli, alla maestosa Vergine del catino absidale e alle rappresentazioni degli imperatori bizantini.

Nel 1453 Istanbul, che al tempo si chiamava Costantinopoli, venne conquistata dai Turchi, e dalla basilica, trasformata in moschea, furono tolte o coperte le immagini sacre cristiane. Si aggiunsero, invece, quattro minareti, dai quali i fedeli musulmani venivano chiamati alla preghiera. Con l’inserimento di quattordici medaglioni, opere calligrafiche su cui si riportarono i nomi di Allah, Maometto ed i califfi Ali Bakr e Abu, si rese evidente l’impronta ottomana.

Poco a poco, Aya Sofia fu islamizzata. Croci e campane scomparvero, mosaici e pitture murali furono coperte dalla calce (l’Islam vieta le raffigurazioni umane). Paradossalmente l’antico luogo di culto cristiano diventò modello delle moschee ottomane.

Nel 1934, il presidente turco, di orientamento laico, Kemal Atatürk decise di trasformare Santa Sofia in un museo storico. Dopo numerosi restauri, gli antichi pavimenti in marmo e i mosaici furono ripristinati e la basilica recuperò parte del suo antico splendore. Dal 1985 è patrimonio dell’Unesco ma è certamente uno dei maggiori monumenti e luoghi sacri del e per il Cristianesimo.

Il 10 luglio scorso il presidente della repubblica Recep Tayyip Erdoğan ha pubblicato il decreto secondo cui il museo di Aya Sofya, o Santa Sofia, a partire dal 24 luglio avrebbe riaperto alle funzioni religiose come moschea. Si è trattato di una decisione storica che ha suscitato sconcerto in tutto il mondo; anche Papa Francesco ha voluto comunicare il suo rammarico durante i saluti al termine dell’Angelus del 12 luglio: “E il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato“. Successivamente, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato ai giornalisti presenti il 24 luglio al venerdì di preghiera musulmano: “Era il mio sogno da quando ero bambino”. Ma cosa ha spinto realmente Erdoğan?

Possiamo rintracciare cause sociali, politiche ed economiche insieme all’integralismo religioso. Il Partito di Erdoğan, nonostante il sostegno del Movimento nazionalista, ha subìto una importante sconfitta alle amministrative del 31 marzo e soprattutto alla ripetizione delle comunali di Istanbul il 23 giugno. Dopo anni, l’opposizione è riuscita a riconquistare le città più importanti della Turchia e recuperare consensi in modo da preoccupare il governo.

L’epidemia di Coronavirus ha peggiorato la già fragile situazione economica, portando una forte recessione in due settori importanti quali il turismo e i trasporti, riducendo le entrate di valuta estera e provocando inflazione e disoccupazione. La decisione di Erdoğan è quindi una mossa principalmente politica per richiamare l’attenzione dell’elettorato e rafforzare il consenso da parte di chi desidera mantenere la Turchia come uno stato islamico; c’è un’evidente perdita di consenso dovuta al suo sistema politico, che si sta caratterizzando per la restrizione della libertà di stampa e parola e per le pressioni contro le opposizioni.

Vediamo, quindi, che come in tanti altri momenti storici, compiere mosse che apparentemente sembrano legate solo alla religione, in realtà coinvolgono aspetti più ampi e, in questo caso, legati ad una precisa linea politica tesa all’esasperato nazionalismo e a all’accentramento del potere in una sola e singola figura, usando anche delle frange islamiche più radicali ed estreme.

Quella di Erdoğan è una mossa che parla all’opinione pubblica interna ma anche a quella musulmana. Il presidente vuole una Turchia islamica potente e il messaggio che ha lanciato ha inevitabili ripercussioni per alcuni singoli stati europei, come la Grecia, ma anche per l’Unione Europea, perché testimonia che la Turchia sta diventando sempre meno secolare e tollerante, volendosi fare strada in Europa e nel mondo. In particolare Erdoğan sembra voler conquistare il Mediterraneo, la Libia, le risorse energetiche europee, sfidando le altre religioni e la loro convivenza, nonché i valori occidentali ed europei. Di fatto i simboli cristiani della basilica di Santa Sofia sono stati coperti e il primo venerdì 

in cui è tornata ad essere una moschea i fedeli musulmani sono rimasti all’interno e sulla piazza della stessa molto più a lungo del tempo della preghiera, ostentando come una vittoria storica sui cristiani, che contraddice fortemente l’apertura di un Paese che fino a pochi anni fa mostrava maggiore tolleranza, disponibilità al rispetto e al dialogo interreligioso e interculturale, sino alla possibilità di essere accolto nell’Europa occidentale e cristiana.

Solo sei anni fa, nel 2014, Papa Francesco nella sua visita in Turchia, aveva potuto rivolgersi alle autorità locali con queste parole che ben descrivevano la realtà storica, culturale e sociale di questa terra così cara al Cristianesimo e che erano cariche di speranza e pace: “Signor Presidente, Distinte Autorità, Signore e Signori, sono lieto di visitare il vostro Paese, ricco di bellezze naturali e di storia, ricolmo di tracce di antiche civiltà e ponte naturale tra due continenti e tra differenti espressioni culturali.

Questa terra è cara ad ogni cristiano per aver dato i natali a san Paolo, che qui fondò diverse comunità cristiane; per aver ospitato i primi sette Concili della Chiesa e per la presenza, vicino ad Efeso, di quella che una venerata tradizione considera la “casa di Maria”, il luogo dove la Madre di Gesù visse per alcuni anni, meta della devozione di tanti pellegrini da ogni parte del mondo, non solo cristiani, ma anche musulmani […]. Occorre portare avanti con pazienza l’impegno di costruire una pace solida, fondata sul rispetto dei fondamentali diritti e doveri legati alla dignità dell’uomo […] La libertà religiosa e la libertà di espressione, efficacemente garantite a tutti, stimoleranno il fiorire dell’amicizia, diventando un eloquente segno di pace […]. La Turchia, per la sua storia, in ragione della sua posizione geografica e a motivo dell’importanza che riveste nella regione, ha una grande responsabilità: le sue scelte e il suo esempio possiedono una speciale valenza e possono essere di notevole aiuto nel favorire un incontro di civiltà e nell’individuare vie praticabili di pace e di autentico progresso”.

Certamente l’arbitrarietà con cui il presidente turco Erdoğan ha ripristinato Santa Sofia che per oltre un millennio è stata un luogo di culto propriamente cristiano, in luogo di culto islamico non ha mancato di suscitare reazioni di disapprovazione e riprovazione da ogni parte del mondo.

Già questo di per sé induce a riflettere e richiama l’attenzione sul modo con cui il capo di stato turco e il suo governo, ormai da anni in misura tanto estesa quanto crescente, sia in politica interna che in politica estera continuino ad agire in modo ottuso e palesemente autoritario, suscitando, incrementando potenziali focolai di conflitto, divisioni diplomatiche che mettono in pericolo la convivenza pacifica fra gli stati e compromettono i rapporti politici all’interno della comunità internazionale. (fides vita)

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