di Alberto Premici – Viviamo il momento peggiore dall’ultimo conflitto mondiale, con diverse guerre che, in qualche modo, ci coinvolgono. Siamo anche nell’era dell’informazione totale esasperata, veicolata da molteplici fonti. Eppure le due cose non sembrano incontrarsi.
Poche, pochissime immagini e video, talvolta create ad arte, con la censura che è diventata attrice in tutti gli scenari di guerra. Mi sono chiesto del perché di tale situazione e, non senza fatica, ho avuto qualche risposta cercando fonti e articoli in merito.
La mia percezione che ci siano poche immagini sui conflitti in corso, ha un concreto fondamento ed una motivazione ben precisa. Non si tratta solo di mancanza di telecamere, ma di una vera e propria “guerra del segnale” e della verifica.
I motivi principali per cui viene diffuso meno materiale informativo rispetto al passato o perché quello che si vede sembra artefatto, è da ricercare nel accresciuto livello d’intervento della censura militare, per la quale oggi diffondere un video in tempo reale è considerato un atto di assistenza al nemico.
In Ucraina, ad esempio, il governo ha imposto leggi severissime che vietano di pubblicare video di attacchi missilistici o movimenti di truppe, prima che siano passate diverse ore o giorni. Filmare una batteria antiaerea che spara, rivela la sua posizione esatta ai droni russi.
In Libano, così come in Israele, le restrizioni includono il divieto di dirette streaming. In passato, le telecamere fisse mostravano le intercettazioni in diretta; oggi è vietato perché i tracciati luminosi dei missili difensivi permettono al nemico di mappare i “punti ciechi” dei radar.
Siamo poi in un’epoca in cui le immagini satellitari e i video possono essere generati o manipolati utilizzando l’intelligenza artificiale.
Le redazioni internazionali sono estremamente, e giustamente aggiungerei, caute e prima di trasmettere un video, devono sottoporlo ad analisi forensi per evitare di diffondere propaganda generata artificialmente, cosa questa già accaduta in Qatar o Iran.
In Iran, durante le fasi più acute del conflitto o delle proteste interne, il governo iraniano ha ordinato blackout totali della rete. Senza accesso alle piattaforme satellitari o ai social, i testimoni oculari non possono caricare e condividere nulla. Le immagini riescono a uscire solo giorni dopo, trasportate fisicamente fuori dai confini.
Nelle zone di combattimento attivo poi, il disturbo delle frequenze (jamming) è così intenso che spesso gli smartphone non riescono nemmeno a agganciare il segnale GPS o la rete dati.
Mentre nei primi anni del conflitto ucraino le aziende satellitari private (come Maxar o Starlink) fornivano immagini quasi in tempo reale, oggi molti di questi attori sono soggetti con contratti di esclusiva militare o restrizioni governative che impediscono la diffusione pubblica di foto ad alta risoluzione dalle zone calde per non influenzare le operazioni.
In conclusione le immagini ed i video ci sono ma la velocità della censura e la complessità della verifica hanno superato la velocità della condivisione social. Quello che vediamo oggi è un racconto differito e accuratamente selezionato da entrambe le parti.
Non resta che aspettare l’auspicabile fine dei conflitti, diffidando di qualsiasi informazione giunga dalle zone di guerra. Al termine di questa breve ricerca, un dubbio lecito: saranno attendibili anche le fonti stesse che ho scelto?
