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recensioni e ricerche

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La mia terra

Alberto Premici  (dal n.12 di Ophys – dicembre 2006)

Non smetto mai di guardarti con rispetto,
antica e vera come sei,
giudice indiscusso dei clamori umani,
bella e mutevole in tutte le tue forme
e sfumature.
Imparziale al presente, fiera del passato
e pronta al futuro;
decisa a resistere all’uomo
che inganna e ferisce per rubarti favori.
Sei forte, serena, distesa
e, protetta da mura e calanchi,
ti fai beffa del tempo e delle sue assurdità,
osservando compiaciuta la gente
che perpetua la tua grandezza.
Sei bella in ogni tempo, cara Offida;
sai vestire i colori che la natura
sceglie per te,
indossandoli con sublime sobrietà.
Ogni giorno offri qualcosa di nuovo
a noi che pensiamo al tempo
come ad una banale successione di istanti.
Quando il brusio della vita si placa
e ti osservo da lontano,
mi abbracci con la tua forma sinuosa;
inquietudini, rancori e fatica
non hanno allora più senso
e svaniscono al pensiero di essere
una piccola parte di te.


 

Un episodio dell’orgoglio offidano dimenticato

OFFIDA – punita nel maggio 1557 l’arroganza dei francesi.

di Alberto Premici

Con questa breve nota, voglio ricordare un evento della storia offidana, dimenticato da molti e a taluni sconosciuto. Il contesto storico in cui si svolse è preceduto dalle lotte interne tra le opposte fazioni dei guelfi e dei ghibellini per la supremazia sulla città. Il più noto e cruento fu quello tra le famiglie dei Boldrini (ghibellini) e dei Baroncelli (guelfi). Quest’ultima ebbe come maggiore rappresentante Carlo, dal carattere irruento e particolarmente bellicoso.

Fu nemico acerrimo di Ascoli che sconfisse nel 1498 alleandosi con Fermo. Seguirono diverse traversie fino allo scontro sanguinoso all’interno del Municipio con i Boldrini, proprio in occasione della stipula del trattato che sanciva definitivamente la pace tra le due famiglie. Evidentemente le richieste della controparte furono ritenute provocatorie dal Baroncelli che sterminò gli avversari per poi fuggire. Morì dopo tanti anni a Molfetta.

Successivamente, durante il conflitto che vedeva opposti il papa Paolo IV contro Marcantonio Colonna, la città venne invasa da turbolente truppe francesi, dirette a Fermo. Dapprima gli offidani accolsero con ospitalità gli stranieri; le truppe transalpine però cominciarono a spadroneggiare ed infastidire le donne. Seguirono atti di brutalità e vandalismo che ebbero come epilogo l’incendio di una parte dell’archivio storico, distruggendolo irrimediabilmente.

A questo punto gli offidani insorsero compatti preparando nei dettagli la vendetta. Chiusero rapidamente ogni via d’uscita dal centro storico, le porte, i varchi ed i sentieri, lasciando come sola via d’uscita la parte sud, delimitata dai calanchi. Iniziò la caccia ed il massacro dei francesi che, raggruppatisi in un tentativo disperato di fuga, furono trucidati e gettati dalle alte rupi che circondano l’abitato di Offida.

Il turista che si reca in visita alla città, può trovare traccia e ricordo dell’evento nel luogo ritenuto quello dell’epilogo della cruenta battaglia urbana: Vicolo della Vittoria, percorso che da Piazza XX Settembre conduce nel rione S.Michele, così come nel Tempio di Maria della Rocca dove, nella parte destra dell’abside, un protagonista dello scontro incise sul muro “1557, addì 17 Maggio morì accoppati 70 dei francesi“.


 

Nuova Zelanda

di Alberto Premici

La Nuova Zelanda è uno stato dell’Oceania del Pacifico meridionale. E’ formato principalmente da due isole  (isola del Nord e del Sud) e da un arcipelago  di isole minori, alcune delle quali con autonomia propria ma sotto la giurisdizione neozelandese (Antipodi, Auckland, Bounty, Campbell, Chatham e Kermadec). Si sviluppa in un territorio di 267.710 km² con una popolazione di  4.531.400  abitanti (al 30 settembre 2014). La capitale è Wellington, la città più popolosa è Auckland. La valuta utilizzata è il dollaro neozelandese. E’ una monarchia parlamentare e la Regina d’Inghilterra è attualmente capo dello stato, in quanto stato membro del Commonwealth, con il potere di nomina del governatore generale. Il potere legislativo è demandato al parlamento (unicamerale), composto da 121 membri, eletto ogni tre anni con il sistema proporzionale misto. E’ suddivisa in 16 regioni e 1 territorio (Isole Chatham): Auckland, Bay of Plenty, Canterbury, Gisborne, Hawkes Bay, Manawatu-Wanganui, Marlborough, Nelson, Northland, Otago, Southland, Taranaki, Tasman, Waikato, Wellington, West Coast.

Politica interna

Negli anni ’40 la NZ iniziò una politica per la piena occupazione che però venne meno nel momento in cui, terminata seconda guerra mondiale che la vide coinvolta con l’invio di molti contingenti in diverse aree del conflitto, ci si accorse che il solo settore pastorale non era sufficiente per la crescita. Si tentò quindi di avviare un nuovo percorso per creare più posti di lavoro nel settore industriale, che tuttavia subì una battuta d’arresto a seguito del crollo del mercato di materie prime dovute alla guerra di Corea (1950-1953).

Contemporaneamente però si manifestarono le prime problematiche legate a questioni sociali, prima fra tutte quella legata alle rivendicazioni dei māori, antica popolazione originaria del luogo, che oggi conta circa 700.000 abitanti aventi tale origine. Già nel significato del nome stesso c’è la sintesi di un contenzioso ancora irrisolto, seppur attenuato da una completa integrazione. Māori infatti è una parola che significa “normale”, in contrapposizione agli “invasori” inglesi definiti pakeha dagli autoctoni.

La protesta ha origine nel supposto mancato rispetto del Trattato di Waitangi del 6 febbraio 1840 (oggi festa nazionale), con cui, con il timore di ingerenze francesi nella zona, gli inglesi trovarono un accordo con i māori, unificando di fatto le due isole sotto il loro controllo: l’Isola del Sud in quanto scoperta da Cook e quella del Nord assoggettata agli inglesi, secondo quanto stabilito nelle clausole del Trattato di Waitangi stesso. Con l’accordo i māori avrebbero goduto degli stessi diritti dei cittadini britannici.

I primi coloni giunti nelle isole della NZ si trovarono di fronte una terra aspra e sconosciuta, e dopo un periodo iniziale di cooperazione con gli abitanti locali, iniziarono le prime requisizioni di beni e aggressioni militari da parte inglese. I māori si resero conto che il trattato non era paritario e, dal 1845 al 1847, alcuni capotribù guidarono azioni di ribellione, soppresse poi dalle forze coloniali del governatore Sir George Grey.

Iniziò un periodo di pace forzata che durò fino e nel 1852 anno in cui i māori di sesso maschile conquistarono il diritto di voto, limitato però solo ai proprietari terrieri, mentre nel 1867 ottennero la rappresentanza parlamentare.

Gli anni che seguirono furono caratterizzati dall’attivismo di Sir Apirana Turupa Ngata (1874 – 1950), primo māori  laureato presso una delle università neozelandesi ed attivista del partito nazionalista Young Maori che nel 1931 inaugurò il suo piano di sviluppo terriero māori che contribuì a migliorare la qualità dell’agricoltura, ampliando ed incentivando le proprietà terriera. Importante fu altresì l’attività di Te Puea Herangi (1884 – 1952), prima donna influente nella storia della NZ, che si oppose al reclutamento di māori nella prima guerra mondiale.

Questa lunga serie di contrasti, alcuni dei quali tuttora irrisolti, portarono all’istituzione, nel 1976, del Tribunale di Waitangi, che ha il compito di esaminare le rivendicazioni in merito al mancato rispetto dei patti stabiliti nel trattato originario del 1840.

La scena politica neozelandese, sin dagli anni trenta, ha visto alternanza tra i due partiti principali, il National Party e il Labour Party. Dal 1996 altri partiti minori, merito del sistema proporzionale, hanno visto crescere la loro rappresentanza in parlamento. Le ultime elezioni politiche hanno visto imporsi il primo ministro John Key e il National party, con il 48,06% dei voti, risultato storico mai ottenuto da un partito dopo la riforma elettorale del 1996: National: 48.06%  – seggi 61, NZ First: 8.85% (11), Conservative: 4.12% (0), Maori Party: 1.29% (2), Act: 0.69% (1), United Future NZ: 0.22% (1), Labour: 24.69% (Seggi 32), Green: 10.02% (13), internet-Mana: 1.26% (0).

A premiare John Key, sembra essere stata la sua politica di privatizzazione delle aziende pubbliche e, come obiettivo di lungo periodo della propria politica fiscale, la riduzione del deficit di bilancio, che per l’anno fiscale 2012/2013 equivale al 3,4% del PIL. A questo scopo, il governo ha varato un programma basato su contrazione della spesa pubblica e aumento delle entrate fiscali.

Economia

L’economia della NZ ha visto notevoli e radicali cambiamenti nell’ultimo ventennio, lasciando via via la dipendenza dal mercato britannico, per costruire un modello capace di competere a livello globale.

Con la vicina Australia, partner commerciale di riferimento, la NZ ha stretto nel tempo numerosi accordi come il Trans-Tasman Travel Agreement, che garantisce ai cittadini dei due paesi il diritto a spostarsi attraverso i confini e a lavorare senza restrizioni.

Con il Closer Economic Relations (CER) del 28 marzo 1983, la NZ ha siglato un accordo di libero scambio con l’Australia, i cui punti salienti sono un migliore accesso per i prodotti caseari in Australia e la rimozione da parte neozelandese di limiti ai quantitativi di merci importate. Nell’accordo si sancisce le possibilità di poter esercitare e fornire servizi nel settore terziario in entrambi i paesi.

Altri accordi bilaterali riguardano paesi membri del Forum delle isole del Pacifico (PIF), nato con l’obiettivo di accrescere la cooperazione commerciale ed economica nell’area del Pacifico, rimuovendo le barriere commerciali sia tra paesi membri, sia nei confronti dei paesi esterni al Forum.

Come nel resto del mondo, anche la NZ entra con forza nei mercati asiatici. La Cina è attualmente il primo partner commerciale dopo l’Australia; seguono Unione Europea, Stati Uniti, Giappone e Corea. Nel rapporto Global New Zealand su commercio internazionale e investimenti, (relazione del Ministero degli Affari Esteri e del Commercio – giugno 2014), gli indicatori evidenziano una crescita del 12% delle esportazioni che ammontano a 51,2 miliardi dollari. I migliori prodotti di esportazione, (lattiero-caseari, carne e legno), rappresentato il 50% delle esportazioni verso i principali partner commerciali: Cina (11,6 miliardi di dollari), Australia (8,9) e Unione Europea (5,0).

La NZ, come molti altri paesi, è entrata in recessione nella prima metà del 2009, ottenendo i peggiori risultati economici in termini di PIl dal 1992, dopo che degli anni ’90 registrava tassi di crescita medi del 4% (la più sostenuta degli ultimi quarant’anni).

La Nuova Zelanda non ha grandi risorse naturali, ma dispone di un notevole potenziale idroelettrico che la rende energeticamente autosufficiente. Altro aspetto importante è il basso rischio di terrorismo e un tasso di criminalità tra i più bassi al mondo, che rendono paese tra i più sicuri e vivibili del mondo.

Secondo il rapporto sulle 140 città più vivibili al mondo dell’Economist Intelligence Unit (EIU), Auckland è al 10° posto e Wellington al 22 ° posto. Cultura, ambiente, istruzione e sanità sono i punti di forza della qualità della vita nelle principali città neozelandesi. Nota dolente sono i frequenti terremoti che innalzano il livello di rischio complessivo della NZ.

Relazioni internazionali

La NZ fa parte dell’Asia-Europe Meeting (ASEM), forum biennale inaugurato nel 1996 con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione e il dialogo euro-asiatico, composto da 51 paesi tra europei ed asiatici che rappresentano insieme la metà del PIL mondiale, il 62.5% del totale mondiale della popolazione e circa il 60% del commercio globale. L’ultimo vertice si è svolto a Milano il 16 ottobre 2014: sul tavolo argomenti quali la cooperazione economico-finanziaria tra i due gruppi di Paesi, il commercio, gli investimenti e la promozione del lavoro.

Dopo il 1973 la NZ  iniziò un nuovo percorso di riforme e cambiamenti economici e sociali, soprattutto negli anni ottanta, grazie all’allora ministro delle Finanze Roger Douglas, trasformazioni che presero il nome di rogernomics.

Pur se i rapporti con la Gran Bretagna restano intensi, la NZ attualmente ha ottime relazioni con la Cina e gli stati dell’Asia sud-orientale e orientale ed è l’unico paese ad aver siglato accordi per la creazione di aree di libero scambio sia con Cina sia con Taiwan.

Con gli USA, importante partner commerciale, i rapporti sono buoni ma meno intensi rispetto alla vicina Australia. Nel 1985 poi la NZ ha interrotto un patto trilaterale sulla difesa, l’ANZUS (Australia, New Zealand, United States Security Treaty), che oggi resta bilaterale tra NZ ed Australia.

L’Italia ha in corso una politica di rilancio delle proprie attività in Oceania e nel 2007 è entrata a far parte del Post Forum Dialogue del Pacific Islands Forum (PIF). In precedenza il Governo Italiano aveva annunciato un contributo di 8 milioni di euro (triennio 2007-2010) nell’ambito del programma Clean Development Mechanism di Kyoto per lo sviluppo di energie rinnovabili.

Il Ministero degli Affari Esteri italiano ha poi approvato il finanziamento di 3 milioni di euro per un’altra iniziativa, la Managing ecosystem & livelihood implications of energy policies in the Pacific Islands States per sostenere i paesi insulari del Pacifico nelle loro politiche energetiche ed eco-sostenibili.

L’italia ha finanziato il Programma FAO Regional Project for Food Security (RPFS) che ha come obiettivo la sicurezza alimentare e cofinanziato il “X Roundtable Meeting for Pacific Island Countries on WTO and Regional Trade Agreements Provisions”.

Nel maggio 2007 il Ministro degli Affari Esteri neozelandese Winston Peters ha incontrato a Roma le autorità italiane, confermando le ottime relazioni bilaterali e ha fornito una base di discussione per l’approfondimento delle collaborazioni bilaterali in numerosi settori.

Previsioni

Nell’ultimo quinquennio l’economia della Nuova Zelanda, relativamente piccola e legata alle materie prime, ha risentito degli effetti del terremoto di Christchurch (marzo 2011, 185 morti e più di 1000 feriti), che spinse la Reserve Bank della Nuova Zelanda (Rbnz), a tagliare i tassi di 0,50 punti percentuali. Dopo la fase di ricostruzione, nel 2013 la banca centrale ha introdotto misure di controllo sui prestiti, rialzando il tasso dello 0,30% e nel 2014 dal minimo storico del 2,5%, al 2,75%.

Le analisi della Reserve Bank evidenziano favorevoli prospettive economiche globali, con una crescita ben sostenuta da tassi bassi, pur nella consapevolezza che l’attuale livello del cambio non sia sostenibile nel lungo periodo e prevedendo una flessione nel 2016. Tuttavia la strategia sui tassi ha spinto il dollaro neozelandese al rialzo.

Altro aspetto da sottolineare è quello del mercato immobiliare. Il ceto medio neozelandese non è propenso ad investimenti in borsa o in prodotti finanziari, ma predilige investimenti nel mercato immobiliare. La corsa all’acquisto della casa ha determinato una lievitazione consistente dei costi degli immobili che ha costretto la banca centrale a rivedere le politiche di accesso al credito, introducendo l’obbligatorietà di un deposito iniziale (10%) e un capitale mutuato non superiore dell’80% del valore degli immobili dati in garanzia.

L’Italia è decimo maggiore importatore in Nuova Zelanda (728 milioni di dollari neozelandesi) che copre l’1.8% del totale delle importazioni. I settori più importanti sono quello dei macchinari (25 %), macchinari elettrici (12%), veicoli (9%) e prodotti farmaceutici (3%).

La Nuova Zelanda, attuando una politica economica volta a ridurre la dipendenza dall’industria casearia, cerca attrazione di investimenti stranieri soprattutto nei settori delle biotecnologie (tra cui agrotecnologia e farmaceutica), produzioni specializzate, settore creativo e industria cinematografica, lavorazione del legno, gastronomia ed enologia. Altro aspetto interessante sono i progetti infrastrutturali in parte già avviati nel corso del 2005, che hanno lo scopo di modernizzare la rete viaria del paese.


 

“La Rabbia e l’Orgoglio “

di Oriana Fallaci – Rizzoli, 2001

Più che un saggio, un grido, una protesta, un’accorata supplica all’occidente di stringersi intorno ai propri valori ed alla propria storia per contrastare dittature, terrorismo, estremismo e fanatismo religioso islamico. Il libro è figlio della nota intervista concessa dalla scrittrice al direttore del Corriere della Sera”, Ferruccio de Bortoli, il 29 settembre 2001, dopo la sconvolgente tragedia delle Twin Towers a New York,  non lontano dalla sua casa di Manhattan.

Proprio qui, dopo la pubblicazione del suo ultimo libro Insciallah, Oriana Fallaci si era isolata andando a vivere in un villino a due piani nell’Upper East Side di Manhattan, conducendo per oltre un decennio vita isolata e lasciando la sua pungente penna sulla scrivania. Le vicende dell’11 settembre 2001 fanno esplodere in lei la rabbia esternata nel suo editoriale al Corriere, prologo al suo best seller La rabbia e l’orgoglio.

Nella prefazione la Fallaci traccia un profilo storico del terrorismo, le sue ragioni e la sua visione globale della Guerra Santa, oltre a parlare di sé stessa, del suo lavoro del suo ermetico isolamento e delle sue scelte rigorose e spietate.

Con coraggio lancia accuse durissime alla civiltà islamica che definisce “una montagna che da millequattrocento anni non si muove, non esce dagli abissi della sua cecità, non apre le porte alle conquiste della civiltà, non vuol saperne di libertà e giustizia e democrazia e progresso”.

Nella sua analisi cruda della realtà non tralascia nulla, soprattutto le implicazioni culturali e geopolitiche che legano Islam, America ed Europa, il cui rapporto, pur con secoli di coesistenza e cooperazione, è per l’autrice soprattutto  conflitto e guerre di religione. A nulla sono serviti i processi di modernizzazione e globalizzazione che, secondo la Fallaci, hanno indotto molti musulmani a considerare l’Occidente ostile nei confronti delle tradizioni dell’Islam.

Poi sull’Italia, verso la quale la Fallaci scrive di sentirsi ancora legata nonostante l’esilio volontario negli Stati Uniti. “La mia Patria è l’Italia e io amo l’Italia. L’Italia è la mia mamma, sicché mi sembrerebbe di rinnegare la mamma a prendere la cittadinanza americana”.

Sono pagine intrise di un messaggio universale a difesa dell’identità dei popoli occidentali. Un invito a ribellarsi rivolto dalla scrittrice in un momento di particolare tensione e dopo eventi epocali di enormi proporzioni e drammaticità. Il lungo tempo trascorso dalla pubblicazione de “La rabbia e l’orgoglio”,  ha lentamente e giustamente ridisegnato il concetto di Islam. Ormai è coscienza diffusa sul discrimine da fare  tra radicalismo-fondamentalismo e Islam moderato e talvolta “occidentalizzato”, con il quale ormai sono in atto simbiosi economiche e culturali, a mio giudizio irreversibili per entrambe le parti. Ecco che il messaggio della Fallaci va ovviamente ripensato e contestualizzato; oggi è più un visione dell’animo ribelle e combattivo della grande scrittrice, che un manifesto pro-occidente, come all’epoca venne considerato.

Vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre” – Oriana Fallaci.

Alberto Premici


“Trasformare l’economia”

di Roberto Mancini – Franco Angeli, 2014

Roberto Mancini, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Macerata e docente di Economia umana nell’Accademia di Architettura dell’Università della Svizzera Italiana a Mendrisio, traccia un percorso innovativo, un’ipotesi per un cambiamento dell’attuale sistema economico, che sia capace di distribuire benefici a tutta l’umanità senza deturpare l’ambiente ed il contesto in cui viviamo. L’autore basa la sua ipotesi attraverso tre svolte essenziali: spirituale, metodologica e culturale-politica.

Nel suo saggio Mancini sostiene che ciò che noi identifichiamo in economia, non è mai qualcosa di strettamente economico, ma può essere spiritualità, cultura, etica, politica e tradizione.

E’ una nuova visione dell’economia che riconsidera i luoghi ove essa prende attualmente forma. Ad essi vanno attribuiti rilevanza e positività rispetto alla vita sociale e non andrebbero considerati ostacoli da rimuovere. E’ proprio la perdita del senso dei luoghi, dovuta alla globalizzazione che, secondo Mancini, ha reso astratti sia i soggetti che le attività economiche stesse. Riconsiderare quindi gli essere umani all’interno delle dinamiche economiche, senza dimenticare che essi possono continuare a sviluppare la loro umanità e la loro moralità.

Mancini esamina vari modelli di visione economica come quello di Gandhi, Adriano Olivetti, Nicholas Georgescu-Roegen, Chiara Lubich, Luigino Bruni, Stefano Zamagni e Christian Felber, ipotizzando una convergenza tra loro che indichi una svolta metodologica utile per ripensare l’economia così come la conosciamo.

Gli stimoli offerti dal libro, in particolare quelli sull’economia inclusiva, meno astratta e più umana, sono l’ennesimo tentativo di iniziare o almeno tentare un inversione di marcia, pur nella consapevolezza che l’economia ha dinamiche e procedure ormai consolidate che sembrano immutabili.  Appare quanto mai difficile trasferire tali concetti anche nelle economie più giovani, proprio perché tendenzialmente cercano di emulare quelle più datate e con le quali debbono necessariamente fare i conti.

Il saggio di Mancini è tuttavia un’interessante spunto in più per chi cerca modelli economici alternativi basati su spiritualità, metodo e cultura politica, svolte queste auspicate dall’autore e su cui fonda tutto il suo ragionamento.

Alberto Premici


rocca

La rocca e le mura di cinta dell’abitato di Offida

di Alberto Premici

L’agglomerato di Offida e’ di origine prettamente medioevale, cresciuto lentamente dall’antico villaggio all’ombra di un castello prima e monastero poi. A differenza delle città romane, alla topografia con leggeri mutamenti di generazione in generazione conservando nella pianta elementi che derivano da accidenti storici, le mura e le porte determinano le principali linee di circolazione.

La cinta muraria e’ stata sostanzialmente costruita in due fasi. La prima tra il XII e XIII secolo con l’accesso principale sul lato nord-est mediante un torrione quadrato sormontato da un ordine di caditoie su cui poggiava un parapetto adorno di merli guelfi. La porta di accesso alla città era tagliata da un arco a sesto acuto ancora visibile e chiusa a due battenti ferrati dietro i quali scorreva una saracinesca; dalla porta doveva far capo un ponte levatoio che sormontava il fossato.Le mura, dal torrione suddetto, si dilungano verso ovest e verso sud facendo angolo e chiudendo Offida entro una cinta presso a poco rettangolare interrompendosi laddove i calanchi costituivano una difesa naturale.

Altre due porte, oggi non visibili, si aprivano a ponente fornite anch’esse di solidi battenti e di saracinesche: quella di S. Giovanni e quella della fontana. Esse erano usate principalmente dagli agricoltori ed abitanti del circondario per rifugiarsi all’interno della città durante le numerose incursioni dei nemici. Da questa parte sorgeva il castello di Longino di Azone, oggi Chiesa di S.Maria della Rocca che tratterò in altro articolo.

Dalla pianta delineata nel 1694 da Ferdinando Fabiani, si scorge bene la cinta muraria con le relative porte, così come sopra descritte. Successivamente, generalizzandosi il nuovo mezzo di distruzione (polvere da sparo e relativa artiglieria), si dovette introdurre un radicale mutamento nelle forme e dimensioni delle fortificazioni. A tal fine furono affidati, sul finire del XV secolo e precisamente nel 1488 a tale Baccio Pontelli, architetto fiorentino, dal Papa Innocenzo VIII, i lavori di fortificazione della cinta muraria.

L’architetto, oltre a consolidare le cortine esistenti, aggiunse a settentrione la rocca. La pianta di quest’ultima per 2/3 della sua lunghezza ha forma rettangolare; con uno dei maggiori lati fronteggia nord mentre con uno dei lati minori verso ovest va a ricongiungersi alle antiche mura. Sull’altro lato verso est poggia la base di un triangolo che, essendo più breve del lato stesso, fa si che il quadrilungo sporga a spigolo fra nord ed est; al vertice del triangolo si trova l’antico torrione di entrata sopra descritto che l’architetto fece foderare con un solido rivestimento di mattoni, dandogli forma circolare affinché i proiettili vi facessero danni minori.

Su questo primo torrione sta incastrato lo stemma papale in travertino di Innocenzo VIII. Al primo spigolo del rettangolo vi e’ una torre quadra poco sporgente dal filo dei muri, mentre, allo spigolo opposto, si alza un terzo torrione rotondo, alto e slanciato; una quarta torre quadrata sorge nell’angolo di giunzione tra la nuova costruzione e la vecchia. Cortine di mura a scarpata concatenano l’insieme delle fortificazioni. Delle caditoie contornano il torrione più grande che era fornito di un parapetto munito di merli guelfi. La rocca dalla parte dell’abitato rimane aperta per due grandi voltoni a sesto acuto sovrapposti l’uno all’altro; con molta probabilità attraverso la botola ancora visibile e di una scala in legno non più esistente, si discendeva dal più alto a quello di sotto.

Le mura, indispensabili alla definizione della città, davano garanzia di stabilità e sicurezza, di potere incontrollabile e di inattaccabile autorità. Esse erano, nel contempo, un dispositivo militare ed un efficace strumento di dominio sulla popolazione urbana. Ma oltre che a fini di difesa militare e di controllo politico, le mura stabilivano una precisa demarcazione tra città e campagna, sia sotto il profilo estetico che sociale.

Non bisogna infine dimenticare, nel medioevo, anche un’altra funzione delle mura, quella di passeggio pubblico soprattutto nel periodo estivo; anche quando non erano alte più di 6 metri esse offrivano una eccellente prospettiva sulla campagna circostante e permettevano di godere quelle brezze estive che magari non penetravano nella città. Non si può chiudere il discorso sulle mura senza ricordare la funzione particolare della porta, luogo di incontro, a quei tempi, tra due mondi, l’urbano ed il rurale, l’interno e l’esterno. La porta principale dava il primo saluto al mercante, al viandante in genere era contemporaneamente una dogana, un ufficio, un centro di controllo la porta dunque creo “il quartiere economico”.

Tralasciando i piccoli interventi di manutenzione avvenuti in epoche diverse, a volte distruttivi e quasi sempre poco pertinenti, sia la rocca che le mura di cinta ancora visibili sono state oggetto sostanzialmente di due interventi tendenti alla ristrutturazione delle cortine ed al ripristino dei camminamenti di ronda. Il primo concreto intervento fu eseguito nel 1988-89 attingendo ai finanziamenti stanziati dalla legge 879/86 da utilizzarsi per il ripristino e riparazione di opere comunali. Il progetto interessò la rocca con i tre torrioni e le cortine di collegamento, sino al raggiungimento del lato sul confine con il vecchio ospedale civile. Vennero recuperati inoltre il cammino di ronda sovrastante le cortine murarie (al quale si può accedere dalla rocca sul lato est – ex porta marina), ed il cosidetto “muraglione”, ricostruito fedelmente sulla scorta di rare immagini fotografiche.

Quest’ultimo era anticamente il punto ove i mercanti attendevano il loro turno prima di entrare in città con i loro prodotti; nel lungo periodo che precedette la sua demolizione, fu luogo di ritrovo (e pettegolezzo) per molti offidani che beneficiavano oltretutto del bel panorama offerto e della brezza nei periodi caldi.

Attualmente sono in esecuzione lavori per la ristrutturazione dell’altra parte delle mura di cinta e cioè quella che lambisce via Berlinguer fino a raggiungere l’ex convento di S.Francesco, oggi sede della VINEA ed enoteca regionale. Purtroppo questi non hanno una continuità tale da farne presupporre la fine prima dell’estate prossima, precludendone la bella visione d’insieme ai numerosi turisti che visitano la nostra cittadina. E’ auspicabile poi che tali opere si integrino con la parte già ristrutturata sia sotto l’aspetto estetico ( coerenza cromatica dei setti ed analoghe tecniche di restauro come la stuccattura delle connessure ) ma soprattutto che vengano concretizzate alcune idee per un percorso turistico tale da poter finalmente annoverare la rocca e le mura tra le bellezze monumentali offidane fruibili.


 “Offida Sacra e Profana” di Ignacio Maria Coccia

recensione su “Mondolavoro” di Lorenza Radanelli  – www.mlmagazine.it

Vietato guardare: è d’obbligo partecipare (pdf)

A Offida (AP) il Carnevale è particolarmente sentito da tutta la popolazione e la tradizione ormai secolare delle celebrazioni si tramanda di generazione in generazione, con una naturalezza che lascia sorpresi Tutto e tutti, durante i festeggiamenti, sembrano aver vissuto questi momenti fin dalla loro prima espressione che pare avvenuta, in questi termini, già nel XIV secolo.

Ci sono parole che meglio di altre narrano appartenenza ad una comunità in tutte le sue forme. Sono quelle dell’introduzione all’opera “Offida Sacra e Profana” del fotografo Ignacio Mario Coccia, scritte da Alberto Premici, che riporto con emozione per aver avuto il piacere di viverle nei precedenti racconti di Ignacio. “[…]L’offidano, da sempre e con passione, si divide tra loro, tramandandone con orgoglioso rispetto le plurisecolari tradizioni. Da una parte il sacro […]; dall’altra il profano”.

Le origini sono molto antiche, tant’è che nei rituali del Carnevale offidano si ha traccia degli antichi Baccanali greci, dei Saturnali romani di origine agricola che prevedano la sospensione di ogni attività pubblica per preparare la città a banchetti, scambi di doni, processioni e mascherate nella più sfrenata allegria, senza distinzione di ceto sociale. Ogni anno, da decenni, l’inizio del Carnevale offidano cade il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate e termina il giorno delle Ceneri.

Ad inaugurare il periodo di festa, che prosegue per circa 24 giorni, è la “Domenica degli Amici”, che la dice lunga sull’atmosfera che si respirerà per le settimane a seguire. È la fanfara della “Congrega del Ciorpento” a dare il ritmo; esce dal portone cinquecentesco di palazzo Mercolini e rumorosamente scandisce il tempo: le case si aprono, i cortili si addobbano, c’è spazio per tutti, senza distinzione. Amici. È proprio compito delle Congreghe riunire tra loro parenti, amici, compaesani.

Le Congreghe assumono, nei giorni a seguire, un ruolo quasi istituzionale: la sera del giovedì Grasso ricevono dal Sindaco le chiavi della città diventando, da quel momento, le autorità che governano Offida. La Domenica dei Parenti segue di una settimana quella degli Amici e l’intento è lo stesso: viverla al meglio perché quello di quest’anno sia il miglior Carnevale dopo quello dell’anno scorso e perché i mesi a venire siano degni del Carnevale appena celebrato. Come ogni rito tra sacro e pagano, è un atto propiziatorio.

Il sabato, domenica e lunedì successivi si svolgono, presso il Teatro Serpente Aureo, dal quale deriva la nomea di Offida “Città del serpente”, i “veglionissimi”. E poi ancora, la mascherata dei bambini il giovedì Grasso, la famosissima caccia a “Lu Bovë Fintë” del venerdì e l’impressionante quanto toccante sfilata dei “Vëlurdë” il martedì grasso che, come l’Epifania, tutte le feste si porta via. In questa occasione, tutti in Offida si mascherano: non si può assistere da spettatori ad eventi di tale coinvolgimento.

Essendo libero da ogni regola o convenzione sociale, al Carnevale offidano è d’obbligo divertirsi. Gli offidani escono da ogni angolo con indosso il tipico “guazzarò”, un saio di tela bianca con un fazzoletto rosso al collo una volta usato per i lavori di campagna: “[…]a centinaia mascherati, con lunghi fasci di canne incendiati sulle spalle, in fila indiana, tra urla e danze selvagge, percorrono il Corso che sembra uno strisciante serpente fiammeggiante, inondano la piazza principale nel cui centro dispongono i “bagordi” ancora in fiamme; le maschere come impazzite corrono a cerchio intorno al falò mentre urla e canti si fondono tra vortici di fumo e miriadi di scintille di fuoco brillanti nell’aria. Quando il fuoco pagano che incendia la piazza con il rito bacchico dei “Vëlurdë” si spegne, torna sovrano il silenzio, foriero di pace quaresimale”.

“[…] Il mio primo pensiero – continua Premici nell’introduzione all’opera di Coccia – è stato quello di proteggere la sua esile figura, avviluppata da reflex, cavi e borse, da quelle situazioni che talvolta si creano in manifestazioni popolari e vivaci, come appunto il carnevale offidano. Avevo fatto male i conti; non di rado ho visto la sua minuta silhouette confusa tra gruppi mascherati o sfilare con qualche congrega carnevalesca, piuttosto che a sbicchierare dentro locali e osterie, o svettante tra le fiamme dei “vlurd”. Era già dentro l’offidanità fino al collo, entusiasta di ciò che vedeva e riusciva a catturare con la sua Canon. […]”.

È così, attraverso le immagini di Coccia in “Offida Sacra e Profana”, che si assaggia l’offidanità. Attraverso i suoi scatti e le emozioni vissute da giovane e poi maturo professionista, il Carnevale offidano viene documentato per sempre sulla carta, verba volant scripta manent. Attraverso i suoi occhi, non si è più estranei spettatori, ma anche noi, mascherati con i “guazzarò” entriamo nel circolo (vizioso o virtuoso, a voi dirlo) del sacro e profano.

IL BOVE FINTO Un rudimentale bove, fatto di un telaio di legno e ferro, coperto da un panno bianco cucino dalle donne del paese e portato a spalla da un paio di uomini, inizia, fin dal primo pomeriggio del venerdì grasso, a girovagare per le vie centrali fino ad arrivare in piazza dove la folla, vestita con il tipico “guazzarò”, istiga il bove con urla, schiamazzi e movimenti che ricordano una corrida. Il vino rosso, che scorre copioso tra i partecipanti, aiuta a mantenere quella serenità tipica delle feste, nonostante l’atmosfera si sia fatta parecchio calda. E avanti così fino a che cala la sera e il bove deve essere (simbolicamente) ucciso: le sue corna toccano una colonna del palazzo municipale. Il bove è morto. La sua carcassa è portata in processione per le vie del paese, accompagnata dalle note dell’inno del carnevale offidano: Addio, mia bella, addio, che l’armata se ne va, e se non partissi anch’io sarebbe una viltà. E se non partissi anch’io sarebbe una viltà. La spada e le pistole, lo schioppo l’ho con me, ed allo spuntar del sole io partirò da te. Ed allo spuntar del sole io partirò da te. Il sacco è preparato, e sull’omero mio sta. Sono uomo e son soldato, viva la libertà! Sono uomo e son soldato, viva la libertà! Ma non ti lascio sola, ma ti lascio un figlio ancor: sarà quei che ti consola, il figlio dell’amor. Sarà quei che ti consola, il figlio dell’amor. (di C.A. Bosi – 1848)


Offida sacra e profana (presentazione di Alberto Premici)

La luce per un fotografo equivale al pennello per un pittore. La cattura, distorce, la filtra, amplifica, talvolta la evita o gli va incontro, con fantasia e sensibilità. Tutto in un attimo. Un solo irripetibile attimo, che va fermato per sempre, capace di creare sensazioni diverse ad ogni successiva visione.

Davanti ad una foto restiamo dapprima in silenzio per poi collegarla a ricordi, malinconie, gioie, momenti esaltanti o tristi. I volti di uomini e donne, i gesti, le espressioni, i corpi in movimento, gli scenari immutabili e silenti, ci raccontano tutto e frugano con abilità nei meandri della nostra memoria.

In questo eccellente lavoro, la scelta dell’autore ha previlegiato due momenti fondamentali della comunità di Offida (AP), importante cittadina marchigiana e borgo medioevale tra i più belli della penisola: quello religioso e quello ludico. L’offidano, da sempre e con passione, si divide tra loro, tramandandone con orgoglioso rispetto le plurisecolari tradizioni.

Da una parte il sacro, con la processione del Cristo Morto del Venerdì Santo, istituita dalla Confraternita (o Compagnia) dei SS. Cuori di Gesù e Maria nell’anno 1770, il Miracolo Eucaristico (1273), il Beato Bernardo da Offida (1604-1694), i riti religiosi nelle splendide chiese e vie cittadine; dall’altra il profano, rappresentato dallo storico carnevale, che si perpetua con manifestazioni uniche come lu bov fint e li vlurd del martedì grasso.

Impossibile qui tracciare la lunga storia delle manifestazioni carnevalesche in Offida; rimando il lettore alle brevi note che seguiranno ma soprattutto agli approfondimenti on line, riportati in molti siti o nei testi di storia e tradizioni locali, presso la Biblioteca Comunale; uno fra tutti A zonzo per Offida di Guglielmo Allevi. Basti pensare però che già nel 1524, il settimo capitolo degli Statuta Ophidanorum (statuti di Offida), nella parte riguardante de ferys imponendis et dilationibus cadentibus in ultima dia feriata (le ferie e le dilazioni che cadono nei giorni festivi), contemplavano il divieto di amministrare la giustizia nei giorni delle ceneri e di giovedì grasso. Forse i giudici del tempo se la spassavano un bel po’ e non erano così lucidi per emettere verdetti.

Ignacio Maria Coccia ha realizzato splendidi reportage sia in Italia, sia all’estero, con particolare attenzione a quelle zone che hanno sofferto lacerazioni sociali come Kosovo, Ucraina, Albania e recentemente a Berlino. Qui ha documentato la cortina verde, ciò che resta della fascia di confine tra est e ovest ai tempi del muro, oggi spina dorsale di parchi, riserve e aree protette.

Coccia è uno straordinario direttore d’orchestra del colore e del movimento. I suoi lavori testimoniano la sorprendente capacità di trasformare momenti normali in unici, di scegliere volti che raccontano storie e luoghi. Questo volume è la sua ultima sinfonia e il teatro scelto per l’esecuzione è la splendida città del serpente, Offida appunto.

In ogni foto l’autore coglie l’essenza vera dei momenti caratterizzanti le varie manifestazioni, vivendole da dentro, con partecipazione. Ricordo il nostro primo incontro durante il quale Ignacio espose il suo progetto, al quale ho subito aderito e con enorme piacere.

Il mio primo pensiero però è stato quello di proteggere la sua esile figura, avviluppata da reflex, cavi e borse, da quelle situazioni che talvolta si creano in manifestazioni popolari e vivaci, come appunto il carnevale offidano. Avevo fatto male i conti; non di rado ho visto la sua minuta silhouette confusa in gruppi mascherati o sfilare con qualche congrega carnevalesca, piuttosto che a sbicchierare dentro locali e osterie, o svettante tra le fiamme dei vlurd.

Era già dentro l’offidanità fino al collo, entusiasta di ciò che vedeva e riusciva a catturare con la sua Canon. È questo il valore aggiunto che traspare nei suoi scatti, che ritengo unici proprio per la sua totale partecipazione emotiva agli eventi.

Un’opera unica nel suo genere per stile e scelta dei momenti, che Ignacio ha reso dinamici e mai scontati. Immagini che sembrano prendere vita e animarsi nel momento in cui incrociano il nostro sguardo e che, soprattutto, inorgogliscono la nostra appartenenza al luogo, alla storia e alle tradizioni della terra in cui viviamo.

In una parola, offidanità.

Alberto Premici www.ophis.it



imageLa secolare processione del Cristo Morto.

Come tradizione, ogni Venerdì Santo, ha luogo la suggestiva processione del Cristo Morto che in Offida ha origini antiche. Tutto ha inizio dalla fondazione della Confraternita (o Compagnia) dei SS.Cuori di Gesù e Maria nell’anno 1770, per iniziativa di alcuni benemeriti locali, intenzionati a rafforzare la devozione.

Per concretizzare l’iniziativa, era indispensabile avere  un luogo ove riunirsi in preghiera e organizzare l’opera di apostolato. Pertanto si procedette all’acquisto della chiesa di “S.Giovanni in piazza” che apparteneva alla parrocchia di S.Nicolò. Fissati i termini dell’accordo con il parroco Don Giovanni Battista Chiappini e ottenute le debite autorizzazioni dall’Autorità Ecclesiastica, fu istituita la “Confraternita dei SS.Cuori di Gesù e Maria” che, fra i tanti obblighi dei Confratelli, prevedeva in modo specifico di “fare la processione con il Cristo Morto nel venerdì Santo di ogni anno”.

Nei primi tempi la processione era effettuata utilizzando una lettiga a mano, la cui ultima versione risale al 1819. In seguito i Confratelli, costatato che tale lettiga non rispondeva più alla solennità della sua funzione, decisero di costruire un nuovo “carro ricco e nobile onde potervi portare in processione, con vero decoro e devozione” il simulacro del Cristo Morto.

Affidarono quindi nel 1868 al Prof. Alcide Allevi di Offida, l’incarico di redigere il progetto e all’artigiano Lorenzo Mancini di Ascoli Piceno la cura delle decorazioni. Per l’esecuzione dei ricami in argento vi fu una vera gara tra cittadine benemerite offidane che, sotto la sapiente guida della Sig.ra Aloisa Donati, aiutarono le Monache Benedettine nel delicato e difficoltoso compito. Dopo due anni il nuovo maestoso carro (la bara come ancora oggi è comunemente chiamata), era pronto e fu inaugurato la sera del Venerdì Santo del 1870.

Oggi è sostanzialmente integro ed esempio mirabile del famoso artigianato di un tempo, ancora presente in innumerevoli manufatti della cittadina. La processione, sentita e molto suggestiva, ha ancora una notevole partecipazione di fedeli e vede presenti autorità civili, militari e religiose cittadine, accompagnate dal Corpo Bandistico Città di Offida, nel tradizionale percorso all’interno del centro storico.


Il Miracolo Eucaristico di Offida.

La storia dell’Ostia Miracolosa che a Lanciano nel 1273 si convertì in carne sanguinante e che oggi si venera in Offida, è documentata in una pergamena dell’epoca, della quale purtroppo l’originale è irreperibile, ma di cui si conserva una copia autentica fatta per mano di notaio nel 1788.

A Lanciano una certa Ricciarella, moglie di Giacomo Stasio, per riconquistare l’affetto del marito, seguendo il responso di una fattucchiera, si accosta alla comunione ma, senza che nessuno se ne accorga, riporta in casa la sacra particola, mette un po’ di fuoco in un coppo e ve la getta per somministrarla, una volta polverizzata, nel cibo e nella bevanda del marito.

Ma ecco la sacra particola convertirsi in carne da cui prende a sgorgare sangue in abbondanza. Visto inutile ogni tentativo di farlo ristagnare, la donna atterrita avvolge in una tovaglia di lino il coppo con l’ostia e il sangue e seppellisce l’involto sotto il letame nella stalla.

Sette anni dopo Ricciarella, sempre più straziata dai rimorsi, confessa il suo orribile sacrilegio al padre agostiniano Giacomo Diotallevi, nativo di Offida e priore di S. Agostino in Lanciano, il quale, recatosi sul luogo, trova intatto, lindo e illeso, l’involucro con il suo contenuto e dona quelle preziose reliquie ai suoi concittadini.

Questi vollero conservare con devota premura la sacra ostia in un reliquiario a forma di croce fatto espressamente eseguire a Venezia da un orafo e ora custodito, insieme ai reliquiari del coppo e della tovaglia macchiata di sangue, nella chiesa di S. Agostino. Oltre la pergamena del sec. XIII esistono molti altri documenti che confermano la realtà del prodigio e il suo culto ininterrotto nei secoli.

Vi sono, infatti, numerose bolle di Papi a cominciare da quella di Bonifacio XIII del 20 settembre 1295 a Giulio II, s.Pio V, Gregorio XIII, Sisto V, Paolo IV, Pio IX; interventi di Congregazioni romane, decreti vescovili dell’arcivescovo di Lanciano e del vescovo di Ascoli, gli statuti comunali di Offida risalenti ai primi del ‘400, doni votivi, i più antichi dei quali del sec. XIV.

Fra questi due anelli pontifici con stemma, tiare e chiavi incrociate, uno dono di Pio II e l’altro di Paolo II, epigrafi, iscrizioni, lapidi e gli affreschi di Ugolino di Ilario nella cappella del SS. Corporale del Duomo di Orvieto, che illustrano il miracolo di Offida.

All’insigne Santuario è connessa la storia religiosa e civile di Offìda, la quale, per questo prodigio, si può chiamare “Città del Santissimo Sacramento”.


Il BEATO BERNARDO, al secolo Domenico Peroni, nacque a Offida il 7 novembre 1604. A ventidue anni entrò nell’ordine dei frati cappuccini, cominciando il noviziato a Corinaldo e terminandolo a Camerino, dove smise la professione il 15 febbraio 1627.

Passò quindi nei conventi di Fermo, dove fu aiuto cuoco, di Ascoli Piceno e poi, fin dal 1650, di Offida, dove trascorse tutto il resto della sua vita, eccettuato un breve periodo passato di nuovo ad Ascoli nel 1674–75. Morì in patria il 22 agosto 1694.

A Offida svolse per lungo tempo l’ufficio di questuante, aggirandosi, quale benefattore di poveri, consolatore di afflitti e messaggero di pace, per i paesi e le campagne di quell’ampio circondario di questua e raccogliendo elemosine per i frati e per gli indigenti. Fu poi portinaio del convento, dove accolse innumerevoli persone che a lui si rivolgevano per consiglio o per ricevere un tozzo di pane. A tutti fra Bernardo aprì il suo animo buono.

Dio, per sua intercessione, operò numerosi prodigi a sollievo di malati e sofferenti di ogni specie. Tipica figura di frate laico cappuccino del Seicento, fra Bernardo brillò di fulgida luce per ardentissimo amore verso Dio, per eccelsa contemplazione, accompagnata talora da fenomeni mistici, e per eccezionale carità verso i bisognosi. Visse in totale spirito di “minorità”, tanto che Pio VI, nel proclamarlo beato nel 1795, lo contrappose, per la serafica umiltà, al superbo sapere illuministico di quell’epoca. Il Beato Bernardo è una delle più note figure del Piceno per Santità di vita ed è ancora “vivo” ad Offida e nei dintorni, dove gode straordinaria devozione.

Il suo Santuario è meta di continue visite e “altare” di numerose grazie. Il celebre musicista austriaco F. J. Haydn (1732 – 1809) compose in onore del beato Bernardo la Missa in Sib maggiore. La messa si intitola: Missa Sancti Bernardi Von Offida, e ha come sottotitolo Heiligmesse, poiché il compositore nel Sanctus ripropone una vecchia melodia di un canto assai noto in quel tempo: Heilig, heilig

Informato della beatificazione dell’umile cappuccino offidano dai frati della chiesa che egli frequentava, compose di getto la messa nell’autunno del 1796 e volle che fosse eseguita la prima volta nella Chiesa dei Cappuccini di Vienna, sabato 11 settembre 1797, giorno in cui a quel tempo si celebrava la festa del beato novello.

Il pontefice Gregorio XVI parla di lui nel diploma del 20 dicembre dell’anno 1831, con il quale dichiara città la terra di Offida: “Ciò che conferisce maggior lustro e decoro a Offida è che in essa nacque il beato Bernardo, il cui sacro corpo si venera nel santuario dei cappuccini: alla sua tomba accorrono da tutti i paesi della regione, per implorarne la potente intercessione, manifestata da grandi miracoli”.

In Italia va segnalata un’altra iniziativa: la sistemazione di una statua di fra Bernardo, pochi anni dopo la sua beatificazione, in una nicchia delle guglie del Duomo di Milano.


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Il carnevale offidano.

L’origine del carnevale, che si perde nella notte dei tempi fra tradizioni pagane ed istituzioni della Chiesa cattolica, è difficile, se non impossibile, da rintracciare. Bisogna così basarsi, per una collocazione temporale delle feste e dei divertimenti, sulle informazioni fornite da cronache, statuti e avvenimenti, risalenti ad un determinato periodo. Il carnevale che si svolge in Offida possiede tale pregevole dimensione storica di longevità plurisecolare, documentabile fin dal 1524, come citato in presentazione.

La passione ed il legame alla tradizione del carnevale sono profondamente radicati nella popolazione offidana, tanto che le feste carnevalesche tendono ad avere un carattere di ritualità, che permea l’intera città, almeno per una settimana. Anche se si respira un’immancabile aria di modernismo, specie nella musica e nei balli, la memoria storica del carnevale, in quelle sue tradizioni particolari, rimane e cerca di perpetuarsi nelle nuove generazioni.

Il Carnevale offidano si svolge ogni anno secondo un rituale fissato dalla tradizione: inizia ufficialmente il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate e termina il giorno delle Sacre Ceneri.

Il giorno della “Domenica degli Amici“, che precede di due settimane il carnevale, la “Congrega del Ciorpento“, fondata nel lontano 1948 dal compianto Marco Mercolini Tinelli ed altri suoi amici, esce strombazzante dal portone del cinquecentesco palazzo Mercolini, annunciando che si è entrati in pieno clima carnevalesco.

Le congreghe, i gruppi, le sette, creano aggregazione e senso di appartenenza; tutte insieme, quelle di antica tradizione e quelle più recenti, sono fondamentali per caratterizzare in musica e maschere l’intero periodo carnevalesco. La mattina del Giovedì Grasso, in apposita manifestazione istituzionale, una congrega viene scelta dal Sindaco di Offida come custode delle chiavi della città; da quel momento, il paese è simbolicamente nelle sue mani.

A completare le manifestazioni nelle vie e nelle piazze, si svolgono feste danzanti nei circoli, nelle case private, nei locali e soprattutto nel Teatro Serpente Aureo, con i celebri veglionissimi danzanti e la mascherata dei bambini, nel pomeriggio del giovedì grasso.

L’ultimo giorno di Carnevale, il martedì grasso, in Offida si mascherano praticamente tutti, alcuni sbucando da ogni parte con indosso il tipico guazzarò, altri mascherati con costumi più diffusi o di fantasia, per riempire piazze e vie tra urla, danze, scherzi di ogni sorta e lanci di coriandoli. Le fanfare musicali delle congreghe fanno da colonna sonora rallegrando ogni luogo del centro cittadino.

All’imbrunire centinaia di uomini e donne mascherati, con lunghi fasci di canne accesi sulle spalle (vlurd), partendo da piazza XX Settembre, percorrono, spesso barcollanti e non per stanchezza, Corso Serpente Aureo, via Garibaldi, via delle Merlettaie e piazza Valorani per poi raggiungere Piazza del Popolo, al cui centro dispongono li vlurd ancora in fiamme. Quando il fuoco pagano che incendia la piazza si spegne, torna sovrano il silenzio, foriero di pace quaresimale.

Li vlurd

Col termine vlurd, come detto, si indicano dei fasci di canne imbottiti di paglia, di lunghezza variabile, che vengono accesi e portati a spalla da centinaia di uomini e donne mascherati, spesso con lu guazzarò, lungo le vie del centro, la sera del martedì grasso.

Il crepuscolo e l’atmosfera medievale dell’abitato di Offida, conferiscono a questa sfilata una suggestione particolarissima. Essa termina nella piazza principale, dove l’accatastarsi dei vlurd, genera un grande falò intorno al quale si balla in circolo. Vlurd ha etimologia comune al termine bagordo, che nell’uso comune equivale a baldoria, bisboccia, gozzoviglia.

Questa tradizione segue l’antica ritualità italica del fuoco che, con il suo potere di suggestione, rappresenta un cerimoniale di purificazione e consacrazione, tanto da giungere ad un continuum che lega riti pagani a tradizioni cattoliche.

Ne sono testimonianza i falò sardi, carichi di simboli arcaici accesi nel giorno di Sant’Antonio Abate, che proseguono per tutta la durata nei vari carnevali in Sardegna, quelli in Molise, in Sicilia, in Liguria ed un po’ ovunque in Italia, come la famosa torciata di San Giuseppe a Pitigliano (GR), nella quale ho riscontrato assoluta somiglianza con i vlurd offidani.

Lu Bov fint

Con inizio nelle primissime ore del pomeriggio, verso le 14,15, un rudimentale bove, costituito da un’intelaiatura di legno e ferro, coperta con cura da un panno bianco bordato di rosso, viene portato a spalla da un ragazzo mentre un secondo, a lato, ne stabilisce velocità e direzione. La fantasia della coppia dei portatori di turno, produce ripetute corse, impennate e talvolta incornate del tutto innocue.

Quasi tutti i partecipanti indossano lu guazzarò, una semplice casacca di tela bianca bordata di rosso spesso decorata e dipinta. Con urla e schiamazzi, essi danno origine a movenze e corse che ricordano le tipiche feste taurine all’aperto spagnole, come quella celebre di San Fermín a Pamplona.

Il percorso che attualmente si segue, sviluppa dal quartiere Cappuccini al Centro Storico di Offida, durante il quale le molteplici soste di ristoro previste, vengono prese d’assalto per le copiose bevute dei partecipanti, che nel frattempo sono aumentati in numero considerevole.

La festa, la corsa e le libagioni si protraggono per l’intero pomeriggio fino a quando, all’imbrunire, si procede al rito simbolico dell’uccisione de lu bov fint, spinto a forza contro la terzultima colonna da sinistra del loggiato inferiore del Palazzo Municipale.

L’atto finale è una processione del bove matato per le vie del paese, al canto di quello che, da inno risorgimentale, è ormai a pieno titolo inno del carnevale offidano: Addio del volontario (Addio mia bella addio o Addio Ninetta Addio), composto nel 1848 da Carlo Bosi.


 

LE PUBBLICITA’ OFFIDANE DI UN TEMPO (Da Ophys -n.2 / 2002)

di Alberto Premici

Ho la fortuna di avere copie dei periodici offidani dal 1890, anno di fondazione dell’Ophys, ai primi anni del ‘900 (Lo Scudiscio, Torrente Lava, il Giornalino, ecc.). Le ho lette con attenzione appassionandomi agli articoli ed alle corrispondenze in esse contenute; ne esce un quadro preciso sugli interessi, sui problemi, sui costumi e sul livello culturale della società offidana del tempo. Non nascondo che a volte ho preferito queste letture a quelle attuali nelle quali è costante la presenza di sconvolgenti cronache luttuose, di vertiginosi ed incoerenti mutamenti politici, di episodi di palese ingiustizia ed altro ai quali siamo incredibilmente assuefatti. Ogni numero, anche allora, aveva una pagina, in genere l’ultima, dedicata alla promozione ed alla pubblicità. Voi direte: embè? Il motivo della mia ricerca, che riassumo in queste poche righe, sta nel fatto che da quelle inserzioni è possibile capire una parte degli usi e delle abitudini del tempo, oltre a ricordare i ricorsi generazionali nei mestieri che, ancora oggi, vedono impegnati i discendenti di alcune famiglie offidane. Avrei voluto riportare immagini e loghi delle inserzioni, ma lo spazio non è molto; ne descriverò alcune che ritengo più espressive. Si va dal profumiere Saccoccia Abramo che pubblicizzava “L’Acqua chinina Migone” a lire 2,50 alla bottiglia per la conservazione e sviluppo dei capelli e della barba, alla Tipografia Giuseppe Anselmi, alla quale va il merito della stampa di quasi tutte le pubblicazioni del tempo inclusa quella dell’Ophys, al rappresentante di macchine per cucire Junker & Ruh, Gaetano Castelli. Quest’ultimo poi era alla ricerca di apprendisti tipografi promettendo piccola retribuzione non appena abbiano imparato qualche cosa, in tempi in cui dei sindacati non vi era traccia… Poi il Premiato Stabilimento bacologico Antonio Marchionni e C. per la commercializzazione del seme-bachi a sistema cellulare garantito (non chiedetemi cosa sia), quello di Giacinto Allevi, il noto Prof. Alcide Allevi, premiato con cinque medaglie in diverse esposizioni, che eseguiva ornamentazioni in carton pressato per volta e pareti per grandi sale, salottini, caffè, negozi e teatri, al barbiere e profumiere Vincenzo Sergiacomi che proponeva tra l’altro un abbonamento alla toilette, l’orafo Arturo De Cesari, il deposito di ferramenta di Ilario Carducci, i generi alimentari di Giovanni Gori con le specialità coloniali e droghe, il commerciante di carbone olio e frutta mista Nazzareno Grilli, l’orologeria di Filippo Antonelli, il lattoniere Ernesto De Santis dove tra l’altro si potevano riparare istrumenti musicali, la farmacia Micheli o quella Tilli nella quale si potevano acquistare finissimi cognac e marsala; questi ultimi, insieme, gestori della famosa fabbrica gazose Tilli – Micheli e distributori di acque minerali artificiali Vichy – Janos – Carlsbad. Non poteva mancare una merceria assortita come quella di Adamo Ranalli; pensate che qui si potevano trovare biancheria, stoffe, seta, lana, cappelli, chincaglierie, valigie, filati, ecc. ma anche corone funebri e zolfo (dal n° 1 di Nuovo Piceno del 14 febbraio 1912). Le inserzioni non erano richieste solo da commercianti locali; sempre presente la celebre Anisetta Meletti a lire 4 per ogni bottiglia grande. La ditta poi, nel suo spazio pubblicitario, concludeva così “Si può vendere così a buon mercato un liquore così squisito? Eppure i caffettieri di Offida ne sono sforniti!”. Oggi hanno seguito il consiglio. Simpatica la proposta della chiaroveggente Anna d’Amico nota come La sonnambula che riceveva nel suo gabinetto medico-magnetico di Bologna con l’assistenza di due distinti dottori e quella della ditta milanese De Micheli che offriva la famosa poltrona ottomana erculea ed il letto alla turca. Alcuni numeri, soprattutto dell’Ophys, terminavano con quelle che oggi chiameremmo, ahimè, utilities: il listino dei prezzi del mese a cura della Società Cooperativa di Consumo di Offida (una sorta di Istat locale), la rassegna di Fiere e Mercati, l’orario della Messaggeria postale e delle corse della tranvia. Tra le rubriche dell’Ophys ho trovato questa Ricetta per non mai ammalarsi: per godere di buona salute d’anima e di corpo prendere radici di fede, verdi fronde di speranza, rose di carità, viole d’umiltà, gigli di purità, assenzio della contrizione e mirra di mortificazione; lega tutto in un fascetto col filo della rassegnazione, mettilo a bollire con vino ed acqua minerale di temperanza, ben chiuso col coperchio del silenzio, lascialo al sereno della meditazione, prendine una tazza mattina e sera e godrai di buona salute. Dalla Spezieria di Gesù – esente dalla tassa ricchezza mobile e sullo spirito. Leggendole, queste molte pagine, creano uno strano sentimento di tenerezza e rispetto; sono lo specchio del tempo dei nostri nonni e bisnonni. Fanno apparire la nostra città vivace, produttiva, e perché no, signorile. E’ chiaro che certe mercanzie erano un miraggio per quegli offidani che, tra stenti e rinunce, tiravano avanti alla meglio, ma l’immagine di vie cittadine percorse dal signorotto offidano che fa shopping ha ancora il suo fascino.


EDILIZIA RURALE NELLA TERRA DI OFFIDA – stralcio – (Ophys n.1 /2002)

di Alberto Premici

L’abitudine ad una distratta osservazione del nostro panorama, unita alla crescente promiscuità tipologica di fabbricati ed annessi, molto spesso ci allontana da un corretto apprezzamento di ciò che rimane dell’antico patrimonio edilizio rurale della nostra terra. Moltissimi sono gli edifici ancora integri, solidi e ricchi di particolari interessanti, seppur in stato di completo abbandono; non è raro che questi, nella loro originaria duplice funzione residenziale – produttiva, vengano sostituiti da nuovi fabbricati con caratteristiche a volte completamente diverse sia sotto l’aspetto strutturale che architettonico. E’ mia intenzione trattare questo argomento attraverso lo spazio che il nuovo Ophys mi concede, limitatamente alle mie conoscenze maturate sia in campo professionale che dalla pura passione per la conservazione di un’edilizia rurale ormai considerata solo “volume” e non storia, come meriterebbe. Il ritrovato interesse su di essa, confermato anche da una vertiginosa richiesta di un mercato soprattutto da parte di soggetti stranieri, ne è conferma, così come la crescita di sensibilità dei proprietari e dei progettisti ai quali viene affidato il loro restauro e risanamento. Se si creeranno condizioni d’interesse intorno all’argomento, nei prossimi articoli approfondirò gli aspetti correlati come le caratteristiche tipologiche e dimensionali, la scelta dei materiali, l’organizzazione degli ambienti, il rapporto con gli spazi esterni e via via fino magari ad una catalogazione e cernita di manufatti significativi, arricchita da grafici, schizzi o dettagli in CAD. Questa prima nota pertanto è solo un punto di partenza di un lavoro che avevo in animo di fare da molto tempo e che qui spero di concretizzare. Fino agli anni ’50 l’architettura rurale nella nostra terra è stata caratterizzata soprattutto dalla ricerca di funzionalità, praticità e contenimento dei costi di realizzazione. Le abitazioni assumevano forme diverse tra loro, seppur con una univoca organizzazione degli ambienti. Le dimore permanenti sono in genere in muratura di laterizio proveniente da fornaci locali o, in epoca ancora più remota, da improvvisate “fornacelle” costruite in prossimità di presenza di argilla, di cui la nostra zona è abbondantemente fornita. L’ottima composizione e consistenza di tale materia prima ha tenuto in vita, tra l’altro, per oltre un cinquantennio, l’attività della fornace in località Lava, presso la quale si approvvigionava buona parte del Piceno e del vicino Abruzzo. Nei fabbricati più antichi ed in quelli modesti a volte sono presenti elementi in pietra. L’uso del legno è limitato, in alcuni casi, a ballatoi, scale, solai e soprattutto nelle orditure delle coperture, finite con un manto di coppi; quest’ultime sono a due spioventi disposti a nord e a sud. Caratteristica significativa di queste abitazioni è il collegamento con il piano primo abitazione composto da una scala esterna a rampa unica ed una piccola loggetta a copertura dell’ingresso e dal forno quasi sempre presente. In rari casi sono ancora visibili le tracce degli ancoraggi di tettoie di legno a copertura dell’intera rampa unica. La diffusione dell’arco nelle aperture esterne è piuttosto limitata: può trovarsi solo in qualche ingresso o in locali al piano terreno per il rimessaggio di attrezzi agricoli. Scarsa la presenza di conci di pietra o chiavi di volta se non in fabbricati padronali in cui sono incisi simboli o sigle di casata. In genere al piano seminterrato o interrato troviamo quasi sempre la cantina, con soffitto a volta (tipo a botte o crociera) o voltini, pavimento lastricato o in terra battuta, dove venivano custoditi vino, latticini e salumi; gli altri ambienti sono destinati a deposito attrezzi agricoli, prodotti vari, stalla per bovini (posta in genere in posizione centrale e con ingressi passanti) e custodia animali da cortile. Poi l’attiguo fienile, con finestre senza battenti, magari chiusi solo da assiti. Al piano superiore vi era l’abitazione con accesso direttamente nella cucina – pranzo – dispensa, le camere da letto alcune delle quali, se superflue, utilizzate per il deposito di frutta o cereali. Il sottotetto praticabile assolveva la funzione di ripostiglio per oggetti di scarso uso o talvolta di granaio. Tali caratteristiche evidenziano una predilezione per la funzionalità ed un minimo comfort abitativo a costi di costruzione contenuti; se si eccettuano le case padronali, che tratterò in seguito, in quasi tutte le abitazioni non si riscontrano influenze da parte di tipologie largamente presenti nel centro Italia come quella toscana (con logge, porticati e torrette colombarie) e romagnola. Di recente alcuni inserimenti di elementi atipici hanno dato risultati discutibili; il rispetto della semplicità delle forme e dei materiali, che di certo non toglie fascino ai manufatti, potrebbe essere determinante per una conservazione vera e propria di quello che è ancora un patrimonio di tutti noi, vivo e presente nella nostra memoria.


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LA CONGREGA: UN’EMOZIONE SEMPLICE E VERA (Ophys n.3/2002)

di Alberto Premici

La frenetica vita che si conduce, unita ai cambiamenti della storia o a fatti quotidiani, ci distoglie talvolta dal gusto per le cose semplici e vere. Molte di queste sono ancora integre, nella loro essenza, proprio in piccole cittadine come la nostra; il Carnevale che bussa alle porte ne offre un ricco repertorio. Una di queste è ritrovarsi in un ambiente qualsiasi, a parlare per ore, con amici e conoscenti davanti a del buon vino; ed assume maggior valenza se la si vive all’interno di una congrega. Molti offidani sono legati alle tante congreghe, sette o gruppi, che animano questo periodo e vi partecipano vivendone ogni momento con attaccamento e passione, cercando di farla sopravvivere ad ogni costo anche se a volte nascono dissidi interni; si adoperano per migliorarla, ne decantano le “gesta” e si attaccano ad essa quasi con morbosità. Pochi giorni fa, riordinando l’elenco ufficiale dei componenti della mia amata Congrega del Ciorpento, ho fatto due conti e mi sono accorto che ho ampiamente superato i 25 anni di “militanza” in essa. Quanti ricordi… serate e notti passate a preparare il Carnevale o a rivivere la storia vera ed i momenti più esaltanti di un gruppo di amici che, varcato il portone di palazzo Mercolini, dimenticano praticamente tutto; cambia lo sguardo con il quale ci si saluta, c’è più calore umano (oltre che corporeo), ci si stringe intorno al solito tavolo e davanti al grande focolare acceso per tempo pronto per accogliere bruschette e salcicce varie per tutti. E’ un ambiente magico, familiare e soprattutto ben conservato; qui tutto è fermo da molti decenni ed è così che lo vogliamo con le solite cose al solito posto. Poi l’attenzione verso le prolusioni latineggianti del Serenissimo, interrotte sistematicamente dal Bimbo Osceno (Bruno) e le “dettagliate” relazioni del Cassiere (Tito); inevitabilmente il ricordo va a quelli che non sono più tra noi e che tanto hanno dato al nostro sodalizio. Qualcuno dei presenti si assenta con lo sguardo; immagino che in quel preciso istante voglia il congregato o l’amico caro che non c’è più, ancora lì, magari per un attimo, coinvolto nell’inevitabile e ripetuta sbicchierata che scandisce ogni nostro incontro. Ho vissuto molte delle 55 “epopee” della Congrega, come Marco le definisce con enfasi; alcune con bei ricordi, altre meno, magari per problemi o accadimenti esterni; tutte però con la consapevolezza di essere parte integrante di un’esperienza irripetibile, di cui si parlerà per molto tempo, anche quando essa non esisterà più, seppur tutti noi siamo convinti della sua “immortalità”. In essa ho conosciuto e frequentato persone e personaggi diversi, tutti con un aneddoto, un fatterello, un sbornia solenne o una camuffata da ricordare. E quello che forse fa grande la Congrega è la continuità e l’appartenenza; una parte sostanziale di essa poi rinnova tali valori con la costante frequentazione e non solo davanti ad una tavola imbandita. A volte si organizzano gite ed escursioni, pubblicazioni, riconoscimenti, targhe, ed anche mostre d’arte e fotografiche in ricordo di cari congregati. Non posso e non voglio ripercorrere qui la storia e l’essenza del Ciorpento; ai molti altri offidani, coinvolti in gruppi simili, auguro però la mia stessa fortuna. Li invito a preservare e mantenere con cura le proprie congreghe, siano esse piccole o grandi, giovani o vecchie, non importa; tenendo però sempre ben presente che è un gioco, una farsa, insomma una carnevalata e ad essa tutto va ricondotto con sano spirito goliardico. All’interno delle Congreghe, oltre al divertimento, forse è possibile recuperare il vero valore dell’amicizia, oggi sempre più raro o dannatamente vilipeso per altri interessi, per rancori, inutili invidie, per scarsa intelligenza, tutto ciò insomma che teniamo a debita distanza dal nostro focolare, già vivo in attesa del prossimo Carnevale.


ZANARDI, UN GRAN PREMIO ALLA SUA VITA (Ophys n.5/2002)

di Alberto Premici

Alessandro Zanardi, un pilota, grande in formula Indy, un pò meno in formula uno per vicende alterne e non certo per mancanza di qualità. Le conseguenze di un incidente terribile in gara a 320 km orari hanno costretto i medici ad amputagli entrambe le gambe. Fine della carriera ed inizio del calvario tra interventi, protesi, incubi, ricordi, angosce, paura del futuro. Per molti sarebbe stato l’inizio del declino esistenziale, delle speranze, degli stimoli, insomma la fine, soprattutto per uomini unici come i piloti che vivono sfidando lo spazio ed il tempo. No, per lui non è stato così. Ho seguito ogni sua intervista, ogni notizia, i suoi progetti, i suoi traguardi, l’affetto che lo ha circondato e poi l’ultima sua apparizione: non era da una corsia di una clinica specializzata, ma all’interno di una monoposto con la quale ha voluto percorrere i 13 giri che mancavano per concludere quella sua ultima maledetta corsa. Lo ha fatto tra l’altro con una media oraria superiore ai 300 km orari. Sarebbe arrivato quinto o sesto, non ricordo. Sceso dall’abitacolo ha guardato con i suoi occhi profondi e lucidi l’immenso pubblico che lo incitava per poi abbandonare per sempre i circuiti. Lui ce l’ha fatta ed ha vinto un destino crudele con una battaglia incredibilmente dura ma vincente. Ha dimostrato certamente che traguardi ritenuti impossibili possono essere raggiunti con la forza della volontà. Ho provato per lui un’incontenibile ammirazione e specchiandomi nella sua vicenda mi perdo pensando a come avrei reagito trovandomi al suo posto. Si d’accordo è un uomo di successo, pieno di risorse economiche, di conoscenze, ma credo che ciò non basti. Occorre qualcos’altro, di molto più importante; una forza interiore che vince tutto, soprattutto lo sconforto. Quando la vita ci costringe bruscamente a ritrovare giocoforza noi stessi, spesso non si è pronti e si spera negli altri, nella fortuna o nelle casualità; ma la speranza è illusione se non teniamo allenata la forza di reagire, cosa che Alessandro evidentemente ha da vendere. Il suo caso forse è stato sottovalutato dai media, impegnati sui campioni vincenti del momento che magari un giorno osannano e poi processano per un successo mancato. Non credo che possa esistere vittoria più importante di quella raggiunta da Alessandro, sfidando il destino che aveva condannato il suo futuro. Una grande lezione di vita. La speranza è un sogno fatto da svegli. (Aristotele).

p.s. Alcuni giorni dopo la pubblicazione di questo articolo su www.ilquotidiano.it, Alessandro Zanardi è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Ciampi ed insignito dell’alta onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Forse ho portato un pò della fortuna che uomini come lui meriterebbero.


GRANDE FRATELLO, PICCOLA TV (Ophys n.5/2002)

di Alberto Premici

Faccio seguito a quanto scritto da Antonella Roncarolo in un suo editoriale su www.ilquotidiano.it, che condivido in pieno. Il suo lecito risentimento verso una tv avvilente è anche quello della maggioranza, ne sono certo. Si attribuiscono interessanti risvolti sociologici a trasmissioni come “il Grande Fratello”; il buon Costanzo, sempre corrucciato per dare un tono serio ai suoi strapagati salotti, ne approfitta come un avvoltoio e ci bombarda nel dopo serata con le inutili interviste ai protagonisti “della casa”, con il supporto di psicologi, scrittori, opinionisti dell’ultim’ora e presenze di dubbio gusto. Alcuni giornali dedicano da mesi all’evento copertine ed articoli su come e dove vivono i protagonisti; internet fa altrettanto. Provo rabbia e paura. Rabbia perché ricordo una tv seria e colta, almeno in alcune trasmissioni; paura per i condizionamenti che queste sciocchezze in diretta possono creare nei bambini. A scuola “il Grande Fratello” è ormai una materia in più sulla quale parlare, così come delle diverse fiction che riempiono le prime serate; su quest’ultime stendo un velo pietoso per qualità e soggetto che offrono. Molti bambini e ragazzi scimmiottano i protagonisti, descrivendone anche momenti intimi. Niente di più diseducativo. Ciò che i grandi palinsesti offrono, nessuno escluso, è solo la pietosa rappresentazione di una società falsa, improbabile, lontana. Scopo unico: audience e tornaconto in pubblicità. Aldo Grasso dice “è nata la tv del riscatto” ? Se è bastata una ragazza comune, un po’ rozzetta, con una storia difficile alle spalle per “riscattarla”, siamo proprio alla frutta. Se ne conoscono talmente tante da garantire un futuro di impresari televisivi a molti di noi. Scherzi a parte, smettiamola con questa ridicola farsa in cui tv pubbliche e private sono di fatto trasformate in agenzie matrimoniali, occhi indiscreti di vite private, trova amici, cerca parenti lontani, tribunali civili e tribunali sportivi, carabinieri e medici a iosa, vetrine per aspiranti damigelle mute, real tv cruente ed altre banalità. E quasi sempre tutto condito da pianto o rapida commozione dei presenti, tra una pubblicità e l’altra, con i volti dei conduttori preoccupati, per contratto, di questo o quel caso. E più sono credibili e più cresce il compenso. Insomma basta! Non vogliamo questa tv, soprattutto perché forviante per i più piccoli; la realtà delle cose viene violentemente distorta da programmi e pubblicità ingannevole; a noi poi il duro compito di spiegare ai nostri figli che è solo finzione, che la vita poi ha altri risvolti, altre realtà, che la tv non è verità e vita. E quello che più mi preoccupa è che l’utente, pur pagando canoni o altro, non può modificare questo stato di cose. Le tv si giustificano sulla base di sondaggi la cui veridicità è impossibile da provare. Sì, lo ripeto: la maggioranza di noi è stufa e, quando può, usa un’arma temutissima, piena di tasti. Con il telecomando ancora possiamo scegliere qualcosa di più intelligente o interessante aspettando che le cose cambino. “Il tempo è galantuomo… solo se andasse un pò più in fretta, sarebbe meglio per tutti”, ha detto recentemente Andreotti in occasione di una sua ennesima assoluzione. Niente di più vero in certi casi. Speriamo che “Il grande fratello” diventi al più presto “grande nonno” e vada in pensione.


ADDIO CARO BIANCO E NERO, FASCINO SENZA TEMPO (Ophys n.9)

di Alberto Premici

La fine del bianco e nero era notizia prevedibile, scontata e forse data già per avvenuta. Di certo è passata tra l’indifferenza di tutti. L’avvento del digitale e delle nuove tecnologie applicate alla fotografia, sorprendono per le possibilità che offrono alla produzione di immagini e filmati, con la creazione di effetti mirabolanti, film completamente virtuali, scene improbabili ma accattivanti che tuttavia, dopo lo stupore iniziale, si dimenticano in fretta proprio perché lontane dalla realtà. Inutile qui trattare di storia e tecnica fotografica ma certo è che da sempre le sfumature del grigio hanno permesso a geni, come Helmut Newton o Henri Cartier Bresson, di creare la loro arte rivelando l’essenzialità di paesaggi e ritratti, senza l’invadente percezione di peso del colore. Non avremo più l’originalità di quel tipo di riproduzione fotografica: la Kodak infatti ha segnato la fine di un’epoca con l’annuncio che sospenderà la produzione della carta per il bianco e nero. Naturalmente sarà sempre possibile il passaggio da colore a bianco e nero, estremamente semplice anche per chi è poco esperto di software per ritocco fotografico. Ma chi ci restituirà il fascino esclusivo di quelle immagini che hanno segnato il nostro tempo? Sfogliando album o frugando nella vecchia scatola stracolma di foto e ricordi, credo sia capitato a tutti provare quel senso di premura già solo nel prenderle, guardarle, passarle ai nostri amici e la pacata reminiscenza che ci pervade mentre ricordiamo nomi e circostanze. Quelle a colori le scorriamo con sufficienza quasi fossero scontate; paradossalmente sembrano apparirci impersonali e semplici. Per le vecchie immagini troviamo sempre tempo, ben disposti a passare ore ed ore davanti a quelle piccole icone del passato ferme lì per noi, immobili per i nostri ricordi e per quell’inevitabile senso di nostalgia. E che bella sensazione quando osserviamo foto della nostra meravigliosa Offida, della sua gente, del suo carnevale, dei nostri amici; ci accorgiamo di esserne parte attiva magari con la consapevolezza di aver dato il nostro piccolo contributo all’energia che perpetua lo spirito vitale di ogni comunità. Con il nostro continuo studio sulle tradizioni locali, abbiamo arricchito l’archivio del Centro studi Allevi con molte immagini del passato che non finiscono mai di creare stupore e riflessione, mostrandoci dettagli che, spesso, sono il punto di partenza per ricerche ed approfondimenti. Sembra a volte che il bianco e nero colga quasi l’anima del soggetto rappresentato, stimolando interesse e memoria di chi lo osserva. Allora addio vecchia, cara foto ingiallita … Addio? No! Arrivederci. Chi ti ha creato ed ha voluto la tua fine, per mera valutazione economica, si accorgerà del vuoto che hai lasciato e, pentito, ti darà nuovamente il posto che meriti, magari relegandoti, come spesso avviene, a “prodotto di nicchia”.


IL CENTRO STUDI ALLEVI Un lustro di attività culturali (Ophys n.11/2006)

di Alberto Premici

Prosegue intensa e vigorosa l’attività del Centro Studi, che rinnova la propria vocazione editoriale con la recente pubblicazione del libro sul Teatro Serpente Aureo di Mario Vannicola e la collaborazione alla ricerca archivistica per la realizzazione del libro su San Benedetto del Tronto “Come sei cambiata”, del nostro concittadino Franco Tozzi. Unitamente al libro su Santa Maria della Rocca, in vendita presso tutte le edicole offidane, il libro sul Teatro è reperibile presso il laboratorio artigiano delle sorelle Scipi, alle quali va il nostro sentito ringraziamento per la collaborazione. Per il periodo della bella stagione, è nostra intenzione allestire un punto vendita di tutte le pubblicazioni del Centro Studi, presso i locali in Corso Serpente Aureo, gentilmente messi a disposizione da Alfredo e Carla Gianuizzi. L’attività editoriale si concretizza anche grazie al lavoro della redazione di “Ophys”, che si avvale della collaborazione costante di tanti offidani, che qui ringrazio con sincerità, unitamente alla segretaria del Centro Studi Nadia Colletta, che raccoglie e coordina tutto il materiale di ogni pubblicazione. E’ nostro interesse sviluppare a breve progetti espositivi di varia natura; lo scorso anno ad esempio ci siamo occupati di arte contemporanea con la mostra “passioni nascoste”, che abbiamo in animo di ripetere prima possibile. Quest’anno è in programma la mostra Senza Tempo: immagini dalla Cina di ieri e di oggi. Esposizione di stampe antiche e moderne testimoniante l’interesse di una colta famiglia italiana verso questa antica civiltà. Il Centro Studi ribadisce il proprio impegno in attività culturali che contribuiscano in qualche modo alla crescita del nostro paese e invita tutti coloro i quali volessero partecipare, a dare il proprio contributo in questo modesto ma determinato progetto che continua ormai da più di un lustro. Segnalo infine il nuovo sito web: https://centrostudiallevi.wordpress.com/ e il nuovo indirizzo email della redazione: centrostudiallevi@gmail.com, ribadendo ad ognuno di voi l’invito a partecipare alla crescita Ophys, divenuto ormai un atteso e gradito appuntamento.


DA UN ANTICO STEMMA COMUNALE (Ophys n.12/2006)

di Alberto Premici

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Un antico stemma comunale di Offida (Fig.1) offre spunti d’indubbio interesse. Questa rappresentazione grafica raffigura una precedente versione dell’attuale stemma ufficiale, con gli immancabili leoni guelfi, torre e corona; nella sua parte bassa è riportata una figurazione della nostra piazza principale (particolare – Fig.2), in cui vengono schematizzati i plessi più importanti ancora oggi esistenti o parti dei loro corpi di fabbrica originari. Osservandola sono riconoscibili, da sinistra verso destra, la situazione preesistente di parte della Chiesa della Collegiata, l’attuale palazzetto Carisap e le contigue logge. Seguono la Chiesa del SS. Suffragio, senza l’attuale campanile e l’imponente palazzo comunale, privo di merli e con un piccolo torrino campanario sulla destra. La torre comunale sembra notevolmente più bassa rispetto a quanto indicato nella mappa del Fabiani – 1694 (stralcio – Fig.3). L’angolo tra l’attuale Via Ciabattoni e Corso Serpente Aureo parrebbe composto da una loggetta aperta a livello strada. Dietro si scorge una parte del palazzo degli I.R.C.E.A. Palazzo Mercolini-Tinelli è pressoché identico a come oggi ci appare, mentre, sia per casa Carfagna-Remia, nel disegno di due soli piani, che per casa Spaccasassi, comparando le due rappresentazioni, è ipotizzabile una loro edificazione sull’area di un’antica strada che collegava la piazza con l’attuale Via Cipolletti. Con un po’ di fantasia possiamo immaginare l’intera piazza priva di pavimentazione ed in terra battuta, interpretando i segni di campitura presenti. Come evidente, le due rappresentazioni, hanno prospettiva libera e sconvolgono un po’ le nostre abitudini nell’osservazione delle attuali cartografie. Resta integro, tuttavia, il loro fascino e la loro straordinaria importanza sotto l’aspetto storico, toponomastico ed architettonico. Maggiori approfondimenti sono contenuti nella pregevole opera del Dott.Vitale Travaglini, dedicata alla piazza di Offida.


OPHYS RACCONTA  (Ophys n.12/2006)

di Alberto Premici

Nel primo numero dell’antica testata Ophys, diretta da Guglielmo Allevi, datato 3 dicembre 1891, venivano riportate, tra l’altro, molte notizie di cronaca locale. Quella che segue evidenzia la vivacità culturale d’un tempo e cita personaggi offidani sui quali andrebbero approfonditi studi e ricerche. Ho trovato gradevole inoltre lo stile gli articoli. Vi riporto in estratto: Offidani in America – Oltre l’esimio artista Gaetano Vannicola, onore e vanto della nostra città, il quale in pochi mesi di residenza a Buenos Ayres ha condotto a termine pregiati ed importanti lavori di pittura, da meritarsi grandi elogi in tutti i giornali americani, abbiamo un altro giovane che si fa onore, Giovanni De-Santis partito pochi mesi or sono per Cartagena (Stati-uniti della Colombia) ad assumere la direzione della banda musicale. Tolgo dal giornale ebdomadario (settimanale – ndr) “La Justicia” il brano che si riferisce al nostro concittadino. “I pochi musicanti della banda militare istruiti dal Prof. Giovanni De-Santis suonarono con molta espressione e con isquisito gusto. I pezzi furono molto bene scelti e la esecuzione non poté essere più brillante. Noi ci rallegriamo di vero cuore col sullodato Professore per il felice esito; e tanto più felice, in quanto che in si breve lasso di tempo ha di gran lunga superato l’aspettazione. Inoltre gli facciamo i nostri più sentiti ringraziamenti per il “Saluto a Cartagena”, brillantissima Polka Marcia, che si degnò di scrivere per aggiungere maggiore gaiezza alla festa. Lo stile maestoso ed imponente di questo pezzo magistrale dovea produrre il suo effetto. Infatti tutti i presenti dettero segni non dubbi di approvazione e infine applaudirono freneticamente. Seguiti Sig. De-Santis, nella via intrapresa e presto s’acquisterà la simpatia di tutti gli abitanti di questa colta città. La redazione dell’Ophys concludeva: “All’amico lontano i nostri rallegramenti” In altri numeri ho trovato brevi notizie di cronaca nera. Nel n. 50 dell’8 gennaio 1893 si dava conto di un’aggressione. Particolare il passaggio relativo ai beni derubati al malcapitato: “Domenica scorsa il colono Emidio Gabrielli, dopo essere stato ad augurare il buon capo d’anno alla sua fidanzata Angela Vagnoni, faceva ritorno alla sua casa verso le cinque del pomeriggio. Giunto poco oltre la chiesuola di S.Barnaba sulla strada rotabile, che da Offida conduce a Castignano, si sentì all’improvviso prendere alle spalle da un individuo che lo gettò in terra, mentre altri quattro gli si fecero sopra derubandolo di un fazzoletto con entro una pasta dolce, volgarmente fristingo, dono della sposa, del portafogli contenente lire 20 che portava nella tasca interna del corpetto. All’indomani di buon’ora il nostro solerte Brigadiere dei Reali carabinieri operò l’arresto di un tal Davide Ciotti già pregiudicato e che vuolsi sia stato quello che ebbe a gettare in terra il Gabrielli, e di Giuseppe Cicconi entrambi riconosciuti dall’aggredito e da un testimonio. Gli altri sono tuttora ignoti. Dall’Opyhs n. 25 del 10 luglio 1892, … scherzi e fucilate: “Nel decorso gennaio alcuni giovinotti di Colli del Tronto si recarono alla frazione Pagliare in quel di Spinetoli per fare la cosiddetta scampanata ad un vedovo che voleva per la seconda volta gustare le gioie del matrimonio. Nacque un tafferuglio con accompagnamento di fucilate, sassate e bastonate. Conseguenze: una costola rotta, una testa ammaccata e qualche altra lesione.(….) Il Pretore condannava i 14 accusati parte a 15 e parte a 30 giorni di reclusione. Dall’Ophys n.24 del 3 luglio 1892, … botte da orbi: “Brandimarti Leonardo, Carosi Antonio e tre loro compagni, tornando giovedì scorso, un po’ alticci da una gita a Cossignano, vennero alle mani per futili motivi, presso la Chiesa di S.Barnaba;credo li mettesse in malumore la vista dell’acqua in quella fontanina. Conseguenze della rissa furono: una ferita al naso riportata dal Brandimarte, giudicata guaribile in 5 giorni e una d’arma da taglio riportata in una mano dal Carosi, giudicata guaribile in 15 giorni con riserva. Dall’Ophys n.20 del 6 giugno 1892, … una madre sciagurata: “Capriotti Adelina, seguendo l’uso tanto in voga presso il popolino del nostro paese, somministrava ad un suo bambino di 3 mesi, una dose così forte di papavero, che il poverino ne moriva avvelenato. Fattasi ieri dai sanitari l’autopsia del cadaverino, si è constatato che la morte è stata prodotta da avvelenamento d’oppio, l’alcaloide al quale il papavero deve la sua proprietà sonnifera. O madri incaute e snaturate, servirà almeno di ammonimento alla vostra cecità e alla vostra brutale caparbietà, questa vittima innocente di uno uso selvaggio a voi tanto caro?”. Veramente altri tempi. Leggete cosa riportava Ophys nel numero 13 del 17 aprile 1892: “A costo di farvi venire l’acquolina in bocca, vi do la fausta notizia che le quaglie son tornate. I cacciatori hanno il diritto di dar loro la caccia fino al 20 maggio. Buon divertimento!!”


UN RICORDO DI FIFFÌ (Ophys n.14/2008)

Il quattordici marzo u.s. Serafino Camilli ci ha lasciato. Fiffì, come tutti lo chiamavamo, un offidano che amava il suo paese, dimostrandolo nei fatti con la partecipazione attiva in molteplici settori. Inizia l’insegnamento nel dopoguerra, nella scuola elementare di contrada Ciafone di Offida; poi esplica le funzioni di segretario della scuola media Ciabattoni ed insegnante di educazione fisica, con incarico di vice preside nella stessa scuola offidana, dove insegna la moglie, sig.ra Enrica Diamanti, prematuramente scomparsa. Oltre alle mansioni curriculari, esplica in ambito scolastico lodevoli iniziative, tra cui ricordiamo il reperimento del materiale e l’allestimento del Museo della civiltà contadina, al piano seminterrato dell’edificio scolastico, materiale poi trasferito nelle cantine del Museo di Offida. Si occupa inoltre del coordinamento, con i colleghi proff. Nicola Savini, Fides Talamonti, Stefano Pietroforte e don Luciano Carducci, per la messa in opera di numerose rappresentazioni teatrali con i ragazzi della scuola: “Cappuccetto rosso“, “il Casino di Campagna” e “Cenerentola”. Numerose le sue partecipazioni ai Giochi della Gioventù con i ragazzi della scuola, conseguendo sempre ottimi risultati, specie nella corsa campestre. Molteplici le altre attività di Fiffì: giudice di gara nelle competizioni sportive d’atletica leggera, socio fondatore della pro-loco di Offida, giudice di conciliazione, giornalista corrispondente de “Il Tempo”, de “il Resto del Carlino” e del settimanale ascolano “Flash”. Lo ricordiamo nel 1978 per un anno a lezione di basso nella banda cittadina, esperienza poi conclusa per i tanti e vari impegni sostenuti in quel periodo. Una volta lo scultore Aldo Sergiacomi disse a don Luciano Carducci, riferendosi all’iperattività di Fiffì: “don Lucià, quiss t lev pur la Mess!“. La passione per la banda l’ha dimostrata fino in fondo, partecipando a tutte le manifestazioni del complesso bandistico, relazionando sempre con puntuali e pertinenti articoli. Partecipa con interesse, nel 1992, all’allestimento della mostra antologica dedicata allo scultore offidano Aldo Sergiacomi, nell’ 80° della nascita. Dal primo numero del luglio 2002, senza esitazioni ed a titolo gratuito, collabora come editorialista e direttore responsabile di questo periodico. Conforme alla tradizione di famiglia il nostro non sfigura ai fornelli. Ottimo cuoco! Ricordiamo con piacere suoi cavalli di battaglia come il rospo in potacchio o la pasta con le sarde. Era anche egregio assaggiatore: “se scrive come mangia, sarà il primo giornalista d’Italia!” disse ad una cena ascolana Giovanni Spadolini, direttore del Resto del Carlino dal 1955 al 1968. L’ultimo saluto il 15 marzo u.s. nella messa officiata nella chiesa di S.Agostino da don Luciano Carducci che lo ha ricordato con affetto e stima. La sera poi tornando a casa abbiamo guardato verso fuori porta: la persiana della stanza dove scriveva gli articoli era chiusa: “breve è la vita, e ogni giorno che passa lascia una ruga in fronte e in fondo all’anima fantasmi e ombre di morte.”(*) Sarebbe davvero un modo apprezzabile di ricordare Fiffì, intitolandogli in futuro un evento sportivo, organizzato tra le scuole di Offida e Castignano, di buon auspicio per la necessaria ed utile riunificazione dei due istituti d’istruzione. (*) da Amate o giovani “Pallida Mors” di Basilio Mercolini.

Giancarlo e Alberto Premici


Quello che è giusto fare, deve essere fatto

di Ugo Talamonti

Voglio in primo luogo ringraziare l’Amministrazione Comunale di Offida che ogni anno il 27 gennaio, in occasione del giorno della memoria, incoraggia e promuove iniziative volte al ricordo e alla riflessione su quanto avvenne prima e durante la seconda guerra mondiale, agli ebrei di tutta Europa.

Quest’anno l’Amm.ne Comunale in collaborazione con i docenti e gli studenti della scuola primaria e secondaria, hanno posto l’attenzione sulla vicenda che coinvolse una famiglia ebrea in soggiorno obbligato a Offida, proveniente da Torino e tre famiglie Offidane.

Ringrazio inoltre l’Amministrazione nella persona della Vice Sindaco Dottoressa Bosano Isabella, che ha voluto onorare la memoria delle persone e dei loro familiari che furono protagonisti in quella vicenda, tramite un’attestazione e una medaglia con incisi i loro nomi, conferita ai diretti discendenti, che così motiva:

– per l’altruismo e la generosità mostrata, nell’aver salvato vite umane e per essersi opposti con responsabilità individuale ai crimini contro l’umanità.

In questo scritto, oltre alla descrizione dei fatti, cercherò di tratteggiare i personaggi di questa vicenda e forse presuntuosamente, proprio perché miei parenti, ascendenti e collaterali, per averli conosciuti personalmente, per aver sentito parlare di loro in famiglia, cercherò di descriverne i più evidenti aspetti caratteriali, il loro modo d’essere e la loro condotta. Segnerò anche aspetti non direttamente legati alla vicenda dei Ventura ed in particolare mi soffermerò, sulla singolare quanto originale figura di Camillo Talamonti; delle sue attitudini, dei suoi interessi delle sue passioni; per far conoscere meglio l’uomo. – Beniamino Ventura fuggì dal campo di prigionia di Servigliano la notte del 3 maggio 1944, quando il campo fu sorvolato e bombardato con “spezzoni” -bombe rumorose ma non letali- da un aereo sconosciuto (inglese) che aveva il preciso compito di creare scompiglio e confusione per favorire proprio la fuga degli ebrei, circa 150 persone (segretamente avvisati dell’imminente incursione aerea).

Infatti il giorno dopo, come previsto, nel campo arrivarono dei camion con il compito di prelevare gli ebrei per deportarli nei campi di sterminio in Germania; o forse avevano il compito già pianificato, di trucidarli poco tempo dopo averli prelevati dal campo. Fu ciò che accadde ai 30 ebrei che i tedeschi riuscirono a catturare dopo la fuga della notte precedente. Testimoni raccontarono che essi furono trattati e caricati sui camion in modo “inumano” e portati verso nord; tra loro la famiglia dell’ebreo Maurizio Hauser, con la moglie e quattro figli, si erano nascosti in paese, con i figli piccoli la fuga in aperta campagna non sarebbe riuscita, né conoscevano la morfologia della zona.

Non furono i nazisti a trovarli ma fu un traditore a indicarne il nascondiglio. Di loro non si ebbero più notizie, né degli altri che salirono su quei camion (fonte:- Croce Rossa Svizzera).

Nonostante le comunicazioni all’ epoca fossero scarse, a Offida, la notizia della fuga di massa degli ebrei dal campo di Servigliano era già nota da giorni. La famiglia Ventura era in trepidazione per le sorti del congiunto.

Beniamino giunse a Offida solo alcuni giorni dopo la fuga; fossi e valli li aveva percorsi solo di notte per evitare di essere avvistato e denunciato. Di notte si avvicinò al Cimitero, poco distante dalla sua abitazione. Pensò di non recarsi subito dai familiari, poiché temeva di essere visto e anche perché sospettava – e non a torto – che la sua casa fosse in qualche modo sorvegliata; al momento la sua unica intenzione era quella far sapere alla  famiglia che era arrivato e che stava bene.

Così si diresse con circospezione verso l’abitazione di Camillo Talamonti, custode del cimitero. Beniamino pensava che quella di Camillo fosse una famiglia amica, poiché fin dai primi giorni del loro arrivo ad Offida, da Torino, – non per vacanze, ma costretti al soggiorno coatto perché ebrei (v.LL. razziali settembre 1938)-, i suoi figli Ester e Marco, socievoli ed educati, avevano fatto amicizia con i figli di Camillo(1898) e Santa Damiani(1900):- Emma(1925), Pietro(1929) e Ferdinando(1932), anch’essi cordiali ed espansivi. Abitavano a poca distanza e avevano interessi e curiosità comuni.

Emma, vivace e brillante, sempre piena di entusiasmo nelle cose che faceva, aveva coinvolto Ester a frequentare il vicino Istituto Bergalucci, dove le Suore Mantellate insegnavano il ricamo alle ragazze del posto e intrattenevano queste in vari corsi e attività domestiche.

Pietro – padre di chi scrive – allora quindicenne, era già “a bottega” ad imparare il mestiere di meccanico in una officina, la passione per la meccanica manifestata fin da piccolo, diverrà la sua professione e pochi anni dopo la bufera della guerra, aprirà un’officina in proprio. Nacque fra Marco e Pietro una bella amicizia, alimentata anche dalla comune passione per la meccanica. Infatti anche Marco, dopo la guerra, stabilitosi con la famiglia in Israele a Gerusalemme, sarà meccanico di professione, ma nel settore delle due ruote. Ferdinando all’epoca dodicenne era ancora scolaro ma successivamente seguendo le orme del fratello maggiore, diverrà anche lui meccanico e insieme gestiranno con successo l’officina.

Marco si inserì bene nel gruppo di coetanei di Borgo Cappuccini, fra i quali vi era anche Fides Talamonti, figlio di Adelino. Adelino Talamonti (V-llì) – stesso cognome di Camillo (Carò-s) ma nessuna parentela, ebbe insieme alla sua famiglia, un ruolo importante nella vicenda. Padre di sei figli, pur non avendo legami di sangue con Camillo, credo avesse in comune con lui spiccate doti umane, non facilmente rilevabili in quell’insopportabile ed esasperato contesto storico e sociale. Solidarietà, altruismo, generosità, fratellanza; in sintesi: bontà.

Adelino infatti essendo titolare di un mulino, quando possibile, reperiva piccole quantità di farina e residui della molitura quotidiana che puntualmente, di nascosto e tramite i figli, mandava con altri viveri alla famiglia Ventura. Altri viveri, arrivavano a quella famiglia da quella di Camillo, tramite mia zia Emma e mio padre Pietro. Allo zio Nando (Ferdinando) allora dodicenne, pur essendo a conoscenza della situazione, era ancora considerato troppo piccolo e non gli venivano assegnati compiti così delicati.

La casa del custode e la chiesa, erano e sono poste (ora in rovina e inaccessibili) a ridosso del muro di cinta del cimitero ed era facilmente raggiungibile, sia passando all’interno del camposanto, scavalcando il cancello d’ingresso (lato est), sia che si giungesse dall’esterno passando dalla strada sul colle (lato ovest) o dalle circostanti campagne.

Beniamino dovette però tornare subito indietro, perché si accorse che sul lato sud all’esterno del muro di cinta, in prossimità dell’entrata, c’era un presidio di militari tedeschi, posti a guardia di un notevole cumulo di materiali, di cui non capì la natura.

I tedeschi infatti, forse prevedendo una imminente ritirata, da tempo, avevano ammassato e mimetizzato sotto la rigogliosa vegetazione, una quantità enorme di materiale bellico e molti fusti di carburante; a protezione del materiale avevano allestito un servizio di guardia permanente.

Beniamino altro non poté fare che affrontare ancora pericoli e tornare direttamente a casa; ci riuscì e riabbraccio i familiari. Fu nascosto frettolosamente, ma il nascondiglio momentaneo era insicuro, posto troppo vicino ad altre case e troppi occhi indiscreti. C’era la necessità immediata di trovare per lui un nascondiglio più sicuro.

Il giorno seguente Ester confidò a Emma la situazione. Tornata a casa Emma, raccontò la cosa in famiglia; ne nacque una breve discussione, Camillo –come era suo stile- non parlò, se non con monosillabi, per favorire le opinioni di moglie e figli, poi d’un tratto disse: <<Lo nascondiamo nel cimitero, so io dove>>.

Camillo conscio del pericolo cui esponeva la sua famiglia e se stesso, non si sottrasse a quel dovere morale che Dio gli aveva assegnato. Se non l’avesse fatto e se a Beniamino fosse capitata la peggior sorte, non se lo sarebbe perdonato. Rimorsi e sensi di colpa lo avrebbero perseguitato per il resto della sua vita. Quello che è giusto fare, deve essere fatto, avrà pensato.

Pietro e Nando (Ferdinando) aiutarono il padre a rendere “vivibile” un loculo (nuovo, mai usato), di quelli cosiddetti a “colombaio”, di una tomba privata poco frequentata (evidentemente all’epoca i componenti della famiglia erano giovani e tutti in perfetta forma). Un loculo asciutto, posto in modo da poter essere raggiunto, in caso di necessità, con pochi agili movimenti; un pagliericcio come materasso, coperte, acqua e viveri in un recipiente di metallo, il tutto sistemato in modo da non poter essere notato dall’esterno. Il giorno stesso, nottetempo e sotto il naso delle guardie naziste, fu nascosto lì.

Dopo qualche giorno la sistemazione nel loculo si rivelò scomodissima per l’occupante, così si decise di chiedere aiuto alla fidatissima famiglia Piersimoni (Mijò), gente da sempre amica, seria e riservata. L’abitazione di Antonio Piersimoni era una casa rurale situata sul colle, poco distante dal cimitero e dall’abitazione di Camillo.

Fu chiesto loro di dare rifugio a Beniamino solo per la notte, ricavando per lui un giaciglio nel pagliaio. Così fu, di giorno nel cimitero e in casa di mio nonno (da dove comunque, in caso di necessità poteva fuggire con facilità da più uscite e raggiungere il nascondiglio) e di notte (accompagnato con tutte le cautele), nel pagliaio dei Piersimoni.

Beniamino in pochi mesi, da semplice confinato ebreo, era divenuto recluso e da recluso fuggiasco; in negativo, una carriera fulminea. Se fosse stato scoperto sarebbe stato trucidato sul posto insieme alla sua famiglia che ne aveva coperto la fuga. In quel periodo infatti spiccavano in bella vista sui muri, manifesti che esplicitamente invitavano alla denuncia di chi era ebreo, antifascista o antitedesco, minacciando di morte anche chi li proteggeva, ne favorisse la clandestinità e l’attività di contrasto al regime.

La delazione era lecita e incoraggiata dai nazifascisti, l’anonimato garantito. Se riscontrato, il tradimento  veniva ben pagato, chi non aveva principi morali saldi, lo fece, senza scrupoli, anche o solo per placare la fame.

Questa si, -la delazione- vera miseria umana, favorita e caldeggiata da tutte le dittature e i regimi totalitari.

Tutto andò bene per deci-dodici  giorni, quando a seguito di una spiata un mattino alle 9,30 nell’abitazione giunsero all’improvviso i carabinieri; moschetto spianato, in pochi istanti ispezionarono la casa, le uscite, il pollaio, i garage, la adiacente chiesa. In casa trovarono Camillo, Santina e Emma.

I militari, in quel periodo completamente asserviti, dopo l’8/9/’43, alle volontà dell’occupante nazista, contestarono a Camillo di proteggere e nascondere il fuggiasco ebreo Ventura Beniamino. Lo spavento fu enorme in quei momenti concitati. Ovviamente i tre negarono tutto quello che veniva loro contestato. Sul tavolo della cucina erano rimasti i resti di una frugale colazione, un mucchietto di bucce di fave e formaggio, tre bicchieri, la bottiglia dell’acqua, del vino, una bottiglia di mistrà e tre bicchierini da liquore.

Chi ha bevuto il mistrà? Chiese il maresciallo. Noi! Rispose Emma, che con tempi da teatro, anticipo il padre. Perché, lei signorina beve superalcolici anche a colazione? Replicò lo zelante maresciallo. Ogni tanto, quando ne ho voglia, ma solo in modica quantità. Rispose Emma.

Lei signorina, brava e bella com’è, può fare l’attrice, avrebbe successo. Ribatté il maresciallo visibilmente irritato per il mancato successo dell’operazione.

In quella ultima battuta, aveva ragione il maresciallo, perché Emma nel 1946, appena divenuta maggiorenne, nonostante le tante doti naturali, i corteggiatori, la contrarietà di tutti, prese i voti e si fece suora. I genitori l’avevano sempre osteggiata in quella sua scelta, negandogli il permesso fino al compimento della maggiore età (21 anni), sperando in un ripensamento. Un suo ammiratore, la accompagnò fino alla corriera che la portava via.

Pentimenti, dubbi, incertezze sulla sua vocazione non l’ebbe mai, con l’entusiasmo e il sorriso di sempre, dedicò la vita a Dio e al prossimo.-Lei Camillo, oggi pomeriggio venga in caserma. Ordinò il maresciallo.

Si, il terzo bicchierino era di Beniamino, che era lì a colazione; quando lui era in casa qualcuno era sempre di “vedetta” seduto dietro alla finestra della cucina, dalla quale si scorgeva un tratto di strada e si vedeva chi si avvicinava all’abitazione, per dare se necessario, a Beniamino il tempo utile per fuggire.

Le entrate che invece permettevano l’entrata in casa dal camposanto, venivano chiuse dall’interno con il catenaccio. Così, alla vista dei carabinieri, Beniamino si dileguò correndo lungo un percorso prestabilito, già provato.

Usciti dalla casa di Camillo i carabinieri, evidentemente bene informati, si recarono nell’abitazione di Antonio Piersimoni, spaventando anche lì tutta la famiglia. La loro attenzione cadde subito sul pagliaio, ricordano Lucia e Lella allora bambine, figlie di Antonio. Uno di loro, preso un forcone, infilzò con forza e in più punti il pagliaio, poi ispezionarono la stalla e la casa. Nulla. Il maresciallo, batté in ritirata.

Camillo  era conosciutissimo in Offida e nei paesi limitrofi non solo perché custode del cimitero, ma dicono, perché fosse bravo nella coltivazione e cura di fiori e piante da giardino, sua grande passione.

La sua pianta preferita: – la rosa. Il suo fiore preferito:- la rosa.

Ne aveva piantate moltissime nel cimitero, alcune ci sono ancora, vecchie e malcurate, ma ci sono.

Era una persona allegra, sempre disponibile con tutti, le persone si intrattenevano volentieri con lui per quattro chiacchiere o una battuta, era amico di tutti. Mi teneva per mano quando eravamo per le vie di Offida per qualche commissione; mi infastidivo quando si fermava continuamente a parlare con chi incontrava, gli strattonavo il braccio e lui rideva, aveva un minuto per tutti. La sua casa, sempre piena di gente, chi aiutava nonna Santina in casa, chi aiutava nonno per i lavori floreali, chi giungeva per prendere fiori. Un tran-tran continuo di persone che andavano e venivano; quando ero da loro, per me era una festa e a sera mi dispiaceva andarmene. Lì, facevo quel che volevo. Un giorno giocavo con la campanella della chiesa, scampanellavo, mi piaceva, era mia. La nascosi sotto una siepe di ruta e me ne andai. Mio padre una sera, tornato dal lavoro, chiese: – Ugo dove hai messo la campanella della chiesa? Domenica scorsa serviva al prete durante la celebrazione della messa, ma non l’ha trovata al suo posto. Tu, l’altro giorno ci giocavi, vero!!! Dove l’hai messa? Dopo un lungo e imbarazzato silenzio, risposi: – Non lo so.

Non lo facevo di proposito, avevo solo dimenticato dove l’avevo nascosta. La storia continuò per qualche tempo, poi non se ne parlò più. Il prete evidentemente per celebrare la messa ne aveva una nuova. Alla prima occasione  aprii la porta laterale della chiesa, scostai la pesante tenda rosso bordeaux, entrai in chiesa andai a controllare. Era lì, nuova e lucidissima ma non la presi.

Dopo qualche mese, passando davanti alla folta siepe di ruta, guardandola per caso………la lampadina si accese e ricordai. Rovistai nella siepe…. la campanella di ottone, si era ossidata era divenuta scura ….. ma suonava ancora bene. Scampanellando e gridando “l’ho ritrovata, l’ho ritrovata” la riportai al nonno, che disse: – <<ora ci puoi giocare quanto e quando vuoi, ma non ti fare prete. Il prete adesso ne ha un’altra>>.

Per arrivare in cucina, si salivano due rampe di scale, sul piano, in uno stanzino di passaggio vi era una scrivania sistemata in un incasso del muro, su di essa, penna e calamaio, un tampone per l’inchiostro, quaderni con la copertina nera e i bordi rossi e una serie di grandi registri rilegati di color nero; vedevo che nonno Camillo vi scriveva in bella grafia in numerose caselle rosse, vi erano scritti numeri e parole.

Ero ignaro, non capivo né mi chiedevo a cosa servissero, quindi osservavo il nonno intento a scrivere, passavo, ed entravo in cucina. Dopo alcuni anni ho realizzato la finalità di quei registri.

Erano registri di “sola entrata”.

Un’atmosfera bella in quella semplice cucina, un ambiente piacevole, rassicurante con il camino grande sempre acceso, il paiolo sulla fiamma, odori di cucina che ancora ricordo….. poi, non mancava mai il sorriso sul viso sereno e bonario di nonna Santina. Carattere dolce, taciturna, riflessiva, mite, sempre affaccendata in cucina e a sbrigare le faccende di casa.

Nel tardo pomeriggio di quel giorno Camillo era ancora nella caserma dei carabinieri e ribadiva con forza di non proteggere nessuno, l’interrogatorio durò per ore, fu intimidito e minacciato, dato che la “soffiata” era stata precisa e dettagliata (successivamente si seppe chi fu l’ignobile spia), lo avrebbero arrestato e consegnato ai nazisti, con tutte le conseguenze che questo avrebbe comportato.

D’un tratto, s’aprì la porta e lo zelante maresciallo fu chiamato fuori dalla stanza e l’interrogatorio si interruppe. Trascorsi alcuni minuti,  rientrò in stanza  e comunicò a Camillo che poteva tornare a casa.

Era intervenuta a suo favore la Signora Maria Brandimarte, segretario della locale sezione del fascio femminile, la quale garantì personalmente, sulla serietà di Camillo.

Camillo non si interessava di politica, ne era sempre stato estraneo e non ne capiva le dinamiche.

In un improbabile paragone calcistico, non era ne giocatore, ne tifoso, ne spettatore amante del bel gioco. Se avesse dovuto scegliere fra uno sport di squadra e uno individuale, avrebbe scelto quello individuale, ma non per prevalere sull’avversario, quanto per provare le sue capacità e conoscere i propri limiti.

Eppure, pur non sapendolo, Camillo faceva politica, e come; sapeva discernere tra ciò che era giusto da quello che non lo era. Non era ipocrita per rispettare se stesso, non avrebbe sopportato guardarsi allo specchio e vedere due volti diversi. Era se stesso, sempre e sempre pronto a pagarne il costo. In questo modo dava l’esempio e tutti ne percepivano e apprezzavano la sincerità e l’autentica integrità morale.

Così quella Signora fascista, sui generis, lo aiutò. Conosceva la famiglia Brandimarte, come ne conosceva tante altre, di cui curava le tombe di famiglia e quando richiesto, anche l’assetto del giardino delle loro dimore, se non degli innesti degli alberi da frutto nelle campagne di proprietà di queste.

In famiglia si raccontava, che oltre la passione per le rose nelle sue innumerevoli varietà, fosse un esperto negli innesti, unica cosa di cui era gelosissimo. Pare che quando praticava gli innesti, non volesse nessuno nelle vicinanze.

L’arte del giardinaggio l’aveva appresa a Roma, città nella quale si era recato subito dopo essere tornato a casa alla fine del primo conflitto mondiale e dopo aver subito quasi due anni di prigionia in Germania. A Roma rimase per qualche anno, lavorando presso una buona ditta, come giardiniere. Ebbe una esperienza formativa ottima e di qualità, lavorando nei giardini più belli di Roma, sia pubblici che privati e pare anche nei giardini del Vaticano.

Beniamino restò nel suo nascondiglio fino all’arrivo in Offida delle truppe anglo americane. Dopo poco tempo, la famiglia Ventura tornò a Torino e successivamente si trasferì definitivamente a Gerusalemme, in Israele. Per molti anni di loro non si ebbero notizie, ma i Ventura non dimenticarono quanto accaduto e delle famiglie che tesero loro la mano, in quel tragico frangente familiare e storico del 1944.

Testimoniarono infatti la loro vicenda presso la Corte Suprema di Israele, massima istituzione di quello Stato (fondata nel 1963), che aveva e ha, il preciso compito di riconoscere a cittadini non ebrei, una  onorificenza, a chi avesse salvato, con eroismo e a rischio della propria vita, anche un solo ebreo dal genocidio nazista, conosciuto come Shoah.

In una cerimonia solenne a Gerusalemme -ma può svolgersi anche in altri Stati-, viene conferita alla persona, uno speciale Certificato d’Onore e una medaglia con inciso il nome e ufficialmente riconosciuta “Giusto tra le Nazioni”

Il “Giusto” ha inoltre il privilegio di vedere aggiunto il proprio nome nel “Giardino dei Giusti” realizzato su di un colle presso il museo Yad Yashem di Gerusalemme. Su questo colle viene piantato un albero con il nome del “Giusto”, che nella tradizione ebraica è sinonimo di ricordo eterno.

Nel 1979 una delegazione ufficiale dell’Ambasciata di Israele a Roma venne in Offida e consegnò agli eredi della famiglia di Talamonti Camillo e agli eredi della famiglia di Talamonti Adelino le medaglie con i nomi e i certificati di “Giusto tra le Nazioni”.

I Giusti Italiani riconosciuti dalla Corte Suprema Israeliana sono 525.

I Giusti riconosciuti in tutto il mondo sono circa 24.000.

Ironia della sorte, la Signora Maria Brandimarte, dopo la guerra andò via da Offida e trasferitasi a Milano, sposò in seconde nozze  un importatore e commerciante di pellami da pelliccia. Ebreo polacco. Vissero felici insieme per tanti anni.

Con la Signora Brandimarte, mia madre Maria, ex  titolare con zia Anna (moglie di Nando) di un negozio – guarda caso – di  fiorista, ha intrattenuto per tantissimi anni un dialogo telefonico intenso, fino a pochi giorni prima della sua scomparsa.

Dalla morte di nonno Camillo avvenuta nel lontano 1963, lei volle che fossimo noi a continuare ad occuparci della tomba della sua famiglia; telefonava e ordinava i fiori che preferiva.

Voleva fossero cambiati con regolarità non appena quelli precedenti fossero avvizziti. Poi rimaneva  al telefono, a volte per ore; è capitato che trovandomi in casa nella stessa stanza dov’era mia madre sentissi la loro conversazione. Era curiosa, voleva sapere tutto delle persone, delle famiglie e di quello che accadeva ad Offida. Curioso anch’io, la mettevo in vivavoce; con mamma parlava in dialetto stretto usando spesso vocaboli ormai desueti. Diceva che parlava dalla camera da letto e mentre parlava guardava una foto grande della piazza di Offida posta sul comò. Era istruita, semplice e simpatica, sicura e diretta, ma nel contempo acuta e sensibile nelle riflessioni.

Pesavo allora, che se fosse vissuta nella mia generazione, sicuramente la sua personalità si sarebbe distinta nel sociale, forse per sostenere i diritti delle donne, forse impegnata nel mondo sindacale.

Anche Lei una bella persona e sicuramente “Giusta”. Riposa a Offida, vicino al marito e ai suoi cari.

                                                                                                        Ugo Talamonti


Colle della Guardia (Offida) – TOPONIMO

Dall’ultima pubblicazione di Guglielmo Allevi, (20/4/1834-30/11/1896 poeta, patriota, scrittore, archeologo), “ALLA RICERCA DEL TEMPIO DELL’OPHYS”, stampato nel 1896 presso la Lito-Tipografia Cardi di Ascoli Piceno, si ha traccia del ritrovamento dei resti di un tempio pagano, in territorio di Offida. Allevi ne fece una relazione all’Accademia dei Lincei nel Settembre del 1876 e ne scrisse, ancora, in “Offida Preistorica”.

E’ un lavoro breve, in cui l’autore spiega come arrivò a localizzare il tempio sul colle della Guardia, ora colle Tafone, dando credito ad una leggenda locale che parlava di un serpente d’oro sepolto in un sito del nostro territorio. Pensò che il tempio (di modeste dimensioni, m. 4,00 x 4,50 circa), di cui non esisteva alcuna testimonianza nei scritti antichi, fosse dedicato al nume OPHYS, dal greco = serpe, supposta divinità del luogo e da cui, fin dal 1700, alcuni fecero derivare il nome Offida.

La descrizione dettagliata dei reperti, ora perduti, fra cui alcune lampade con l’immagine di Giove, indusse alcuni studiosi a credere che il tempio fosse dedicato a questa divinità. Allevi reputò giusta la sua attribuzione, descrivendo poi una supposta pratica della cura dei morsi di serpi e di altri animali, consistita nel passarvi sopra un serpente d’oro rovente.

Altro toponimo di origine certa è la località “Le macchie”, nelle vicinanze del colle Tafone, in antico coperta da vegetazione, oggi scomparsa. Nell’atto di donazione del 1039 con il quale Longino d’Azzone, nobile offidano di origine germanica, donava all’Abbazia di Farfa gran parte dei suoi possedimenti situati nell’attuale zona centro meridionale delle Marche, è indicata col nome di maccle, dal tardo latino macula (macchia).

Alberto Premici


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