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Gifar e Germa, un anno di cassa integrazione per gli 85 operai


Un anno di cassa integrazione e mobilità incentivata economicamente sulla base di 5/6 mila euro per ogni dipendente: questi i termini dell’accordo sindacale che in tarda serata di ieri stava per essere siglato presso il Centro per l’Impiego di via Kennedy ad Ascoli, tra sindacati e Gironacci per la chiusura della Gifar e della Germa. Una fumata bianca, quella uscita a notte dal palazzo sede del Centro per l’Impiego della Provincia di Ascoli, che per ore è stata in bilico a causa dell’importo dell’incentivo economico da accompagnare alla mobilità, con i sindacati che chiedevano un anno di cassa a partire da gennaio 2008 più 5 mila euro netti a conguaglio come incentivo all’esodo in mobilità, e con l’azienda invece intenzionata a far partire la cassa integrazione già dal mese di dicembre scorso (risparmiando quindi una mensilità dovuta ai lavoratori, già peraltro anticipata attingendo dal loro Tfr accantonato, ndr). Dopo un’estenuante discussione, durata appunto tutto il pomeriggio e parte della serata di ieri, la trattativa stava per essere conclusa sulla base di una richiesta sindacale di aumentare l’incentivo economico alla mobilità a 6 mila euro. Lasciatasi il giorno prima sulla base di una richiesta formulata dal sindacato in ordine alla cassa integrazione ed agli incentivi economici, l’azienda aveva chiesto 24 ore di tempo per riflettere sui costi complessivi dell’operazione. Costi non certo alti, se si considera che in caso di mancato accordo, la proprietà avrebbe dovuto pagare all’Inps l’equivalente di ben tre mensilità (relativi all’importo dello stesso assegno di mobilità, ndr) per ogni lavoratore messo in mobilità. Con la fattiva mediazione dell’assessore Emidio Mandozzi, la trattativa ha vissuto dunque momenti di alti e bassi, ma alla fine ha prevalso la volontà di addivenire ad un accordo per porre fine almeno allo stillicidio dei dipendenti, ben 85 in maggioranza donne, che ora dovranno trovarsi un altro lavoro. Comunque sia, è un accordo che lascia un amaro in bocca sia al sindacato che, soprattutto, ai lavoratori delle due aziende calzaturiere. (Fonte: Corriere Adriatico)

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